Emmerich, Cusack ed Ejiofor ci raccontano in anteprima 2012

A cura di redazione Meteoweb

Nei primi 50 minuti di 2012, presentati a Roma da Roland Emmerich e dai suoi due attori protagonisti, John Cusack e Chiwitel Ejiofor, c’è tutto quel che ci poteva aspettare ci fosse: personaggi ordinari di fronte a situazioni straordinarie, le loro reazioni, un tasso di spettacolarità ai limiti della conscia esageriazione, come si conviene ad un blockbuster catastrofico dei nostri giorni.

 

E c’è anche quel ritmo e quella scorrevolezza che il regista tedesco, consapevole del sostanziale disimpegno dei suoi film, aveva dimostrato di saper adottare già in pop-corn movies come Godzilla e L’alba del giorno dopo e che sembrava aver smarrito per strada nel pedante 10.000 a.C..

 

Sarà forse perché in 2012 Emmerich è tornato a fare quel che pare piacergli di più: distruggere il mondo. “Non so bene perché mi diverta così tanto a distruggere,” ha commentato il regista, “credo tutto sia inizato con Independence Day. Ma non è la distruzione in sé, solo: sono anche affascinato dal fatto che di fronte ad un disastro devi sempre fare delle scelte, e confrontarti con dilemmi morali.”

 

Sono stati interessati a questo aspetto anche Cusack e Ejiofor, che interpretano rispettivamente uno scrittore divorziato che cerca di salvare ex moglie e figli piccoli dal disastro e un geologo governativo che questo disastro l’aveva previsto, avvisando il governo americano. Cusack ha precisato che pur essendo 2012 un film d’azione, crede che “il pubblico rimarrà colpito da quanto i temi filosofico-morali siano comunque in primo piano nonostante la scala di effetti speciali sia così grande: nel film si sollevano domande importanti sulle relazioni, sul senso della vita, su quello che è giusto e quello che è sbagliato. Domande scatenate dall’ansia di confrontarsi con una fine quasi inevitabile.” Ha concordato con lui il collega: “Un film come questo non deve essere solo uno spettacolo per vedere catastrofi sullo schermo: è importante che ci si confronti con domande serie, che si analizzi le reazioni di un governo di fronte a questo tipo di situazioni: chi salvi, come organizzi i salvataggi, come informi. Adrien lavora alla Casa Bianca ma è anche uno scienziato. Vuole lavorare al meglio possibile, ma cercando di lasciare la sua coscienza pulita. Ci si chiede cosa sia meglio fare di fronte a questa situazione, se cercare di salvare il maggior numero di vite possibili o cercare di evitare il diffondersi del panico. E il personaggio di John, in più, si deve confrontare con un dramma domestico.”

 

Nel film, infatti, il governo americano, d’accordo con quelli del resto del mondo, tiene segreta fino all’ultimo l’imminenza del disastro, organizzando al tempo stesso un piano d’emergenza che rischia di riguardare poche persone. “Non è strano pensare a scenari del genere,” ha detto Emmerich “Cosa si dicono i potenti in meeting come il G8? Perché non parlano in pubblico? Mi rendono sospetto. Se ci fosse davvero un segreto come quello del film, si direbbe che non è possibile rivelarlo per non far crollare i mercati, per non diffondere il panico. Io sono sospettoso di natura. E sono rimasto affascinato dalla possibilità di parlare anche di questo, nel film, senza rallentarne il ritmo. Nelle parti ambientate alla Casa Bianca, abbiamo girato una sorta di West Wing sotto steroidi.” Anche Cusack è scettico nei confronti di quel che il potere costituito lasci arrivare fino al popolo, e di questo incolpa anche i media: “Non credo che negli Stati Uniti che esistano più media nel senso letterale del termine. Si tratta oramai di organi ufficiali delle grandi corporazioni. C’è una leggera ripresa del giornalismo televisivo, e in quello su internet, ma in generale non c’è da fidarsi molto.”

 

Ma questioni “alte”a parte, è indubbio che a colpire maggiormente ed in prima battuta di 2012 è la spettacolarità della catastrofe messa in scena. “Oramai lavoro da anni con lo stesso staff,” ha detto Emmerich, “e abbiamo la tecnologia che ci permette di fare film come questo. Inizialmente avevo dei dubbi, ma mi è stato dimostrato che grazie al computer potevo fare più o meno quello che volevo. E sognavo un film dove tutto il mondo finisce sott’acqua. In tutte le culture le alluvioni sono un tema ricorrente: è come se fosse una paura innata nell’essere umano. La prima immagine che volevo, alla quale ho pensato, è quella dell’onda che travolge l’Himalaya: perché se accade una cosa del genere, allora sai che è davvero un’alluvione come si deve!”

 

E gli attori, non hanno paura di rimanere “schiacciati” dalla scala degli effetti speciali in un film come questo? “Sì c’è una paura del genere,” ha confessato Ejiofor. “Quando approcci un film di queste dimensioni ti senti un po’ “piccolo” sai che a dominare saranno esplosioni, terremoti, onde gigantesche: e quindi ti vuoi assicurare che il tuo personaggio abbia una storia che funziona. Ma Roland ci tiene molto all’elemento umano. Sa che sono le cose importanti in un film, che sono gli elementi che stanno a cuore al pubblico, nonostante la sua costante ricerca nel campo della spettacolarità e degli effetti speciali.” Cusack, nel raccontare il suo rapporto con la scala e la spettacolarità del film, ha avuto un approccio decisamente più ironico: “È successo un po’ di tutto sul set di questo film: ci siamo bruciati, schiacciati, mezzi affogati. Di solito faccio un sacco di attività fisica comunque, quindi non mi sono dovuto allenare in modo particolare. E poi non è questione di quello che devi fare, ma di quante colte sei costretto a ripeterlo. A volte mi sono dovuto imporre, dicendo a Roland che non potevo fare troppi take, altrimenti il giorno dopo non sarei stato in grado di camminare.”

 

Come che sia, il risultato di questi sforzi e di queste fatiche lo vedremo in sale a partire dal 13 novembre prossimo.