Faglia o caldera? Il dilemma di Tuscania 1971: intervista a Paolo Sensi

Faglia o caldera? Il dilemma di Tuscania 1971: intervista a Paolo Sensi

Il 6 febbraio 1971 Tuscania fu sconvolta da un terremoto (di magnitudo prossima a 5.0) che provocò 31 vittime e distrusse il centro storico del paese (ne abbiamo già parlato pochi giorni fa in quest’articolo). Il dott. Paolo Sensi ha studiato accuratamente il fenomeno e lancia dalle pagine di Meteo Web una nuova teoria legata alle cause scatenanti l’evento tellurico.

Dott. Sensi, quali sono le caratteristiche geologiche e geomorfologiche del territorio di Tuscania?

“Tuscania si trova in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale. Il suo territorio è composto prettamente da materiale di origine vulcanica, anche se in alcune zone a ridosso del nucleo abitativo si riscontrano marne ed argille con qualche intercalazione di conglomerati e sabbie. Il materiale di origine vulcanica proviene dall’attività effusiva dei vulcani vulsini i quali, attivi soprattutto durante il Quaternario, hanno determinato vasti espandimenti lavici andati a sovrapporsi sul substrato sedimentario. Quindi il territorio tuscanese è caratterizzato da litologie vulcaniche in cui predominano i tufi associati a leucititi, lave tefritiche lapidee”.

Quali sono oggi i segni più evidenti di questo antico vulcanismo?

“A parte le litologie, segni di tale formazione li possiamo notare nei laghi di Bolsena e Bracciano, dovuti allo sprofondamento della parte sommitale dei vulcani in seguito al collasso della camera magmatica, ormai svuotata dal magma. Senza il liquido magmatico né la pressione, la cavità non regge più ciò che le sta sopra e dunque si verifica un crollo, o più crolli anche nell’ordine di decine di km se il vulcano ha dimensioni rilevanti. La depressione così creata, dalla forma concava, si chiama caldera. Col passare del tempo le piogge meteoriche riempiono questa depressione, l’acqua non riesce a defluire e si forma così un lago. Dove invece non si verificano crolli, rimangono le colline su cui a volte per motivi storici e di difesa sono sorti i paesi. Tra Toscana meridionale e Lazio settentrionale sono decine i borghi costruiti sui tufi. La città di Tuscania è uno di questi casi”.

Ma Tuscania è zona sismica?

“Nel periodo in cui venne colpita dal terremoto, causa un’evidente carenza di classificazione, Tuscania non era classificata come zona sismica. Nel 2003 venne inserita in classe 3 mentre oggi, con l’ultima classificazione della Regione Lazio, si trova in classe 2”.

Ma il territorio del viterbese è molto sismico?

“Non si riscontrano grandissimi fenomeni tellurici negli ultimi decenni. Archivi storici ci indicano eventi di rilevanza, oltre a quello di Tuscania del 1971, in alcuni comuni come Onano nel 1966 (V grado scala MCS), Canepina nel 1962 (VII) e Bagnoregio nel 1903 (VII)”.

Dunque Tuscania si trova in cima ad un colle, su litologie vulcaniche, in una zona dove si possono comunque verificare terremoti con magnitudo prossima a 5.0.

 “Proprio così. Il problema è che il centro storico è costruito principalmente su tufi stratificati, materiali incoerenti e soffici i quali, in determinate condizioni, possono amplificare gli effetti di un sisma”.

Questo è accaduto nel 1971?

“Secondo molti autori sì. Il terremoto del 6 febbraio 1971 non fu di magnitudo troppo elevata, intorno a 5.0. Però provocò numerosi danni a Tuscania, devastando il centro storico. Crollarono soprattutto gli edifici costruiti sui tufi anche perchè questi non avevano nessuna protezione anti-sismica, essendo realizzati in maniera arcaica e senza fondazioni. I due effetti, quello di carattere geologico e quello di carattere costruttivo, si sommarono ed i danni si amplificarono. Ma ritengo che molti dei danni che si crearono a Tuscania derivarono anche da un terzo effetto che sta alla base della mia teoria”.

Quale è?

“La caldera. Secondo la mia teoria, già esposta nell’articolo apparso su Meteoweb, il terremoto di Tuscania non derivò da un evento di faglia come quello che ha caratterizzato molti sismi italiani negli ultimi anni. Il sisma di Tuscania fu dovuto ad un crollo improvviso di una caldera di piccole dimensioni che tocca una parte del nucleo abitativo del centro storico della cittadina laziale. Tale affermazione è suffragata da due effetti ben chiari”.

Quali?

“Punto primo: se si va ad analizzare lo sviluppo dei danni sulle costruzioni, si nota che in una zona ben precisa e lineare questi si sono concentrati maggiormente e rispetto ad altre zone, nonostante le abitazioni fossero di eguale fattura e di altezza, ci sono stati maggiori crolli. Tale situazione farebbe pensare che il numero maggiore di crolli e di danni sia nella zona delimitante il limite della micro-caldera che teorizzo”.

Ed il secondo aspetto?

“La zona di Tuscania, nel periodo post-terremoto, fu caratterizzata da un breve sciame sismico, direi pure brevissimo ed anomalo, con magnitudo limitate. Abbiamo visto, anche recentemente in Emilia, come invece l’andamento tipico di un sisma originato da una faglia sia caratterizzato da sciami sismici piuttosto rilevanti, in frequenza ed intensità. Ciò ci porta a non considerare l’evento di Tuscania come derivante dallo spostamento di una faglia ma da un crollo di una micro-caldera che in breve tempo ha ristabilito l’equilibrio del sottosuolo”.

Quindi ritiene che il crollo della caldera non sia stato un effetto secondario ma bensì l’effetto primario del sisma?

“Proprio così. Il sisma fu dovuto proprio allo sprofondamento di questa piccola caldera che crollò nel sottosuolo, sviluppando così in superficie un sisma il quale si caratterizzò con un movimento dapprima sussultorio e quindi ondulatorio. Inoltre essendo la caldera in oggetto molto piccola questa provocò un abbassamento del tutto insignificante del terreno nella zona”.

Teoria interessante. Dunque il terremoto di Tuscania meriterebbe di essere ulteriormente studiato?

“Direi proprio di sì. Ritengo che il sisma di Tuscania sia un esempio importante di come i cosiddetti effetti di sito possano amplificare un sisma. Non dimentichiamo inoltre che la situazione studiata a Tuscania è riscontrabile in altre zone del territorio circostante. Il fenomeno dunque potrebbe pure ripetersi e una dettagliata analisi delle situazioni locali nonché degli edifici potrebbe essere molto utile per evitare catastrofi come quelle di Tuscania nel 1971”.

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