Anche sopra l’Antartide esiste un vortice polare: le differenze rispetto all’omonimo artico...

Anche sopra l’Antartide esiste un vortice polare: le differenze rispetto all’omonimo artico e le correlazioni con il buco dell’ozono

Il satellite polare inquadra i profondi sistemi ciclonici che circondano le coste antartiche

Anche sopra il continente antartico esiste il vortice polare, ossia una profonda figura ciclonica, colma di aria molto gelida a tutte le quote, che staziona in modo semi-permanente sopra le regioni polari. Esso è identificabile in un profondo vortice di bassa pressione, ben strutturato in quota, nella media troposfera, caratterizzato da bassissimi valori di geopotenziali, legati ad isoterme molto gelide, anche sotto i -45°C -50°C alla quota di 500 hpa. Non presenta la stessa forma allungata del “vortice polare artico”, con due lobi principali, uno normalmente collocato su Baffin, nell’Artico canadese, e l’altro sul nord-est della Siberia, ma è ben identificabile nelle mappe a 500 hpa e 250 hpa con un profondo vortice depressionario attivo sopra il Polo Sud. Molte scuole di meteorologia sinottica mitteleuropee e statunitensi ritengono che la formazione di questa figura ciclonica semi-permanente, sopra il Polo Nord, è da attribuire al flusso zonale (le forti correnti occidentali) che scorrendo alle medio-alte latitudini, intorno alla Terra, danno vita ad un vortice depressionario, con tanto di isobare chiuse, approssimativamente circolari e concentriche attorno al mar Glaciale Artico. In pratica non sarebbe altro che frutto delle impetuose “Westerlies” che scorrono a gran velocità lungo l’intero emisfero boreale. Lo stesso concetto vale per la figura ciclonica che domina in quota, specie fra l’inverno e la primavera australe, sopra l’Antartide, meglio conosciuta con il termine di “vortice polare antartico”. Ovviamente, proprio come il “vortice polare artico” (quello che meglio conosciamo nell’emisfero boreale), trattandosi di una figura barica semi-permanente, nel corso dell’anno subisce dei periodici spostamenti che possono essere indotti da vari fattori, in sede troposferica, ma anche nella bassa stratosfera, come capita spesso nel cuore della stagione invernale.

All’interno di esso stagnano masse d’aria particolarmente gelide (di sicuro più gelide di quelle riscontrate sopra l’Artico), caratterizzate da isoterme che possono scendere sotto i -50°C -55°C. L’enorme circolazione ciclonica viene costantemente alimentata dalle impetuose “Westerlies” e dal potentissimo “getto polare australe” che circonda le coste dell’Antartide, con intensi “Jet Streak” (massimi di velocità del “getto polare”) a ridosso delle profonde depressioni sub-polari che ruotano attorno i mari antartici. Con i suoi periodici spostamenti su larga scala il vortice polare riesce ad influenzare l’andamento meteo/climatico sull’intero emisfero australe, grazie all’interazione a distanza con gli anticicloni subtropicali, presenti alle alte latitudini, sui mari australi. Il “vortice polare antartico” raggiunge la sua massima attività proprio fra l’inverno e la primavera australe, allorquando il flusso perturbato delle “Westerlies”, che ruotano a grandissima velocità attorno le coste dell’Antartide (data l’assenza di terre emerse molto estese alle basse latitudini), è dominato dalla presenza di un ampio vortice ciclonico, particolarmente strutturato fra la media e alta troposfera fino ai limiti della stratosfera. Rispetto al suo omonimo artico il “vortice polare artico” è molto più solido poiché staziona sopra un immenso continente ghiacciato, dove prevalgono masse d’aria molto gelide e secche che tengono in vita un potente anticiclone termico sul Plateau, e risente meno degli affondi delle famose “onde di Rossby” (con i loro apporti di calore dalle latitudini oceaniche) che sono alla base dei periodici “split” (divisione) del vortice polare troposferico in più lobi.

Ma anche il “vortice polare antartico” può subire delle fasi di forte instabilità in determinate situazioni, anche se molto più raramente rispetto a quanto avviene sopra il mar Glaciale Artico. Recenti studi hanno dimostrato come anche la stratosfera antartica può essere interessata da forti riscaldamenti, anche di +30°C +50°C, fenomeno meglio noto con il termine di “Stratwarming”. Proprio come accade sull’Artico questo anomalo riscaldamento della bassa stratosfera, una volta attivo, tende gradualmente ad espandersi verso l’alta troposfera, con un importante aumento termico che ha delle conseguenze importanti sull’evoluzione meteorologica al suolo. Lo “Stratwarming” è in grado di produrre una rottura o separazione (detto “split”) del cosiddetto “vortice polare antartico”. In queste condizioni la figura ciclonica che domina sopra il continente antartico può scomparire o decentrarsi dalla sua posizione originale. Recenti studi hanno mostrato importanti e inaspettate correlazioni tra le dinamiche del “vortice polare antartico” ed il comportamento della fascia dell’ozono presente nelle latitudini interessate da questo fenomeno vorticoso. Si è appurato che più basse sono le temperature rilevate in inverno all’interno di questo vortice e più probabile che in primavera, la fascia dell’ozono a queste latitudini subirà un progressivo dissolvimento, creando un vero e proprio “buco”. Una correlazione di non poco conto che continua a far discutere gli scienziati. Di sicuro a breve torneremo ad analizzare il risultato di nuovi studi sulle cause che originano il “buco dell’ozono”.

Il satellite polare inquadra i profondi sistemi ciclonici che circondano le coste antartiche

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