Terremoto in California, fu il sisma del 1906 a far ipotizzare la teoria del rimbalzo elastico

La fortissima scossa di magnitudo 6.9 che ha scosso ieri la California, arriva a poco più di un secolo dal disastroso terremoto di San Francisco del 1906. Questo terremoto (che ebbe magnitudo 7.9), oltre che per il bilancio terribile delle vittime (oltre 3000 morti) è ricordato anche per il balzo avanti che fece fare alla sismologia, cioè allo studio dei terremoti e delle loro cause.

Harry Fielding Reid, un geofisico statunitense che aveva studiato l’area della faglia di San Andreas già prima della scossa, dopo aver incrociato molti dati arrivò alla formulazione della teoria del rimbalzo elastico, o della reazione elastica (elastic-rebound).

In sostanza questa teoria, ormai accettata come inconfutabile, afferma che alla base degli eventi sismici, di grande o piccola magnitudo, vi è un improvviso rilascio di tensioni accumulatesi in un lasso di tempo che può essere di anni, decenni, secoli.

In corrispondenza di quelle spaccature della crosta terrestre chiamate faglie, dove vi è uno spostamento relativo dei due blocchi separati dalla frattura, spinte esterne fanno sì che le rocce non si muovano in modo continuo, ma a improvvisi rilasci di energia. Nel corso di anni ed anni, lungo le faglie le rocce accumulano gli sforzi esterni dovuti alle spinte tettoniche. In parte tendono a deformarsi, con deformazioni permanenti, in parte tendono a comportarsi in modo elastico. Quando lo stress accumulato supera un limite, dopo un lasso di tempo che varia a seconda delle zone sismogenetiche e delle faglie, l’energia accumulata viene liberata di colpo, generando quello che noi conosciamo come terremoto e generando onde sismiche. Una rottura improvvisa, che avviene in profondità in corrispondenza di quello che viene chiamato ipocentro. Un po’ come quello che succede flettendo un bastoncino di legno: all’inizio esso si fletterà, deformandosi, fino alla rottura improvvisa.