Astrofisica: caccia all’energia oscura, un vuoto cosmico pieno di senso

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L’Universo analizzato come un negativo fotografico può dirci molto sulla sua natura più oscura: ne sono convinti gli astronomi dell’Ohio State University, che si sono messi a guardare al vuoto cosmico per studiare la materia che compone il Cosmo. Attraverso simulazioni al computer e dati dello Sloan Digital Sky Survey, sono riusciti a ottenere nuove misure, quattro volte più precise di quelle attuali, del modo in cui la materia si aggrega per formare una vera e propria rete cosmica, il cosiddetto “cosmic web”, fatto d’invisibili filamenti che danno forma allo spazio intergalattico, come le maglie di una rete da pesca.

I risultati, contenuti in una ricerca in corso di pubblicazione sulle Physical Review Letters (PRL), aprono la strada a un nuovo modo di studiare l’Universo oscuro, a partire dall’energia oscura, che permea in modo omogeneo circa il 70% del Cosmo e che, secondo i modelli cosmologici più accreditati, è responsabile dell’espansione accelerata dell’Universo.

Le galassie sono come le città dell’Universo, piene di luci e attività, e il vuoto cosmico è come le miglia e miglia di terreno coltivato che le circonda. Ora – spiega Paul Sutter, uno degli autori dello studio –, è più facile distinguere la luce di una lucciola nell’oscurità di un campo, piuttosto che in una città. I vuoti – aggiunge lo studioso – sono tali solo nel senso che non contengono materia ordinaria. Sono, infatti, pieni d’invisibile energia oscura”.

Gli scienziati s’interrogano da quasi vent’anni sulla natura dell’energia oscura. Da quando, era il 1998, Saul Perlmutter, Brian P. Schmidt e Adam Riess, sulla base di osservazioni di supernove di tipo Ia in galassie lontane, fanno una scoperta inattesa, poi premiata con il Nobel per la fisica nel 2011. Dimostrano che l’Universo è impegnato in una corsa forsennata, accelerando la propria espansione. Come spinto da un’energia invisibile, una forma di gravità negativa, che agisce cioè in modo contrario a quello che sperimentiamo ogni giorno sulla Terra, allontanando ogni cosa da tutto il resto, anziché tenerla insieme. “I nostri risultati – conclude Sutter – dimostrano che una grande quantità d’informazioni cosmologiche ancora inesplorate può essere trovata nel vuoto cosmico. È davvero come ottenere qualcosa dal nulla”.

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