Eutanasia: anestesisti rianimatori contrari, soprattutto per i minori

Alberto Giannini commenta il primo caso di eutanasia su un minorenne in Belgio

La Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) si è espressa “in maniera contraria all’eutanasia, in particolar modo quando riguarda un minore“. Ciò non toglie che in Italia “manca uno sguardo rivolto verso il percorso finale della vita e vige una marcata medicalizzazione di questo momento. L’elemento forse più importante, quello della dimensione della medicina palliativa, è carente“. Così Alberto Giannini, già responsabile del gruppo di studio sulla bioetica della Siaarti e responsabile della Terapia intensiva neonatale del policlinico di Milano, commenta il primo caso di eutanasia su un minorenne in Belgio. “La Siaarti ha un gruppo di studio che negli anni ha lavorato sul tema del fine vita – dice Giannini all’Adnkronos Salute – producendo tre documenti ufficiali. L’ultimo, del 2013, era intersocietario, cioè promosso in collaborazione con 10 altre società scientifiche sul percorso per i pazienti che hanno una insufficienza d’organo ‘end-stage’ (fase avanzata e irreversibile). Sull’eutanasia, la scelta di produrre deliberatamente la morte del paziente, la società scientifica è contraria, anche perché il lavoro di anestesisti e rianimatori si connota in modo completamente diverso. Chiaramente c’è una pluralità opinioni anche al nostro interno, che è specchio della società, ma la posizione ufficiale è di contrarietà, parlando del mondo adulto. Il tema dei minori – precisa – non è ancora mai stato affrontato, ma penso di poter dire che questo valga ancora di più“. Viceversa, però, evidenzia Giannini, “abbiamo insistito a più riprese sul fatto che la medicina intensiva, che di per sé è aggressiva e che ha consentito risultati enormi negli ultimi 20 anni, non può essere pensata come invincibile: è irrealistico. Ci si confronta quotidianamente con la dimensione del limite, sia dell’efficacia clinica e che del proprio senso etico“. “Su questi limiti dobbiamo ragionare, e in tal senso la posizione della Siaarti è chiara: quando l’azione diagnostico-terapeutica ha perso o non ha proporzionalità è corretto e doveroso, per rispetto al paziente, sospenderla, aumentando però tutte le forme di cure legate alla medicina palliativa. Prendersi cura dell’altro ha varie espressioni e tonalità, e laddove la medicina viene meno perché inefficace, sproporzionata o priva di senso, si devono incrementare le forme di medicina palliativa. Anche la Società di anestesia e rianimazione pediatrica ha proposto raccomandazioni basate su una posizione analoga“, conclude il medico.