Salute: al cinema malattia fa rima con follia

In quanti film si incontrano malati e medici, ospedali e guarigioni, handicap e malattie del fisico, della mente o dell'anima?

In quanti film si incontrano malati e medici, ospedali e guarigioni, handicap e malattie del fisico, della mente o dell’anima? La mole è tale – spiega l’Almanacco della Scienza del Cnr – da rendere impossibile anche solo una generica citazione di tutte le opere, mentre una selezione non può che essere soggettiva, condizionata dal gusto e dall’anagrafe. Tanto vale tentarne una del tutto casuale, come fosse un test psicologico: peraltro, tra cinematografia e analisi c’è una stretta relazione su cui si è scritto molto (si vedano, tra gli altri: Christian Metz,Cinema e psicanalisi‘, Marsilio; Alvise Sapori e Simona Argentieri, ‘Freud a Hollywood‘, Nuova Eri).

Harrison Ford è stato medico in ‘Frantic‘ e in ‘Presunto innocente‘. Nel capitolo ‘Medici‘, in ‘Caro Diario‘, Nanni Moretti narra il calvario di visite e cure passato per giungere alla diagnosi di leucemia. La peste è tra i protagonisti de ‘L’armata Brancaleone’ e ‘Il settimo sigillo‘. Nel ‘Decalogo‘ di Krzysztof Kie[lowski si incontrano tumore, impotenza e un trapianto di rene. Le terapie alternative sono al centro de ‘L’olio di Lorenzo’. In ‘PistoleroJohn Wayne interpreta un malato di cancro. Ne ‘L’ottavo giorno‘, con Daniel Auteuil, lavora l’attore down Pasquale Duquenne. Liliana Cavani ha girato la storia di due sordomuti, ‘Dove siete? Io sono qui’…

Viene da chiedersi cosa resterebbe, del cinema, se ipoteticamente togliessimo questi temi. Pensiamo a come i mali incurabili abbiano fatto la fortuna di drammoni strappalacrime come ‘Love story’. A come sarebbero scoloriti noir e giallo senza la galleria di psicopatici che va dal thriller allo splatter, dal ‘Caso Scorpio‘ dell’ispettore Callaghan ai ‘Natural born killers‘ di Stone-Tarantino, dal ‘Taxi driverBob De Niro allo scrittore-custode Jack Nicholson di ‘Shining‘, la cui faccia allucinata che spunta dalla locandina del film di Stanley Kubrick è forse l’icona più significativa della carriera di questo straordinario attore.

Volendo stilare una graduatoria per patologie, probabilmente, il primato spetta proprio alla follia, che ha ispirato decine di interpretazioni memorabili, basti per tutte l’Anthony Perkins di ‘Psycho‘. Alfred Hitchkoch è stato un cicerone straordinario nei meandri patologici della mente, da ‘La donna che visse due volte‘ a ‘Io ti salverò‘, anche se non meno fondamentale è la gamba rotta che in una ‘Finestra sul cortile‘ costringe James Stewart all’immobilità: situazione che ritroviamo anche in ‘Che fine ha fatto Baby Jane‘, ‘Il terrore corre sul filo‘, ‘Misery non deve morire‘ e ‘Un borghese piccolo piccolo‘. L’intera filmografia di Woody Allen scomparirebbe, se le sottraessimo psicanalisi e disturbi psicosomatici.

Ma anche in Italia non mancano grandi regie sul tema del disagio psichico, da Marco Bellocchio‘Salto nel vuoto’, ‘I pugni in tasca’ – alle ‘Storie di Piera‘ e a quelle ‘di ordinaria follia’ girate da Marco Ferreri; da Kim Rossi Stuart border-line in ‘Senza pelle’ di Alessandro d’Alatri fino alla neuropsichiatria infantile de ‘Il grande cocomero’ di Francesca Archibugi. Per non dire della poetica follia felliniana: Zampanò e Gelsomina de ‘La strada‘, lo “zio matto” di Amarcord, ‘Le voci della luna‘.

Si possono però identificare filoni cinematografici diversi. In Italia è forte la tendenza a lenire la sofferenza con l’ironia. Si pensi alla più nota delle nostre commedie ‘sanitarie’, ‘Il medico della mutua‘ con Alberto Sordi. Ma anche a Vittorio Gassman, mendico compagno del menestrello cieco cui nega cinicamente l’operazione risolutiva per non perdere le elemosine (siamo tra ‘I mostri‘ di Dino Risi, non per nulla: quasi un’anticipazione della crudeltà dagli accecatori di ‘Millionaire‘). O alla versione di Mario Monicelli de ‘Il male oscuro‘, alle agrodolci paralisi raccontate da Carlo Verdone in ‘Perdiamoci di vista‘ e ‘Compagni di scuola‘.

Cinema e fiction soprattutto americani, invece, pur vantando opere dure e coraggiose – ‘I migliori anni della nostra vita‘ di William Wyler, ‘Vittoria sulle tenebre’, ‘Tornando a casa’ di Hal Ashby con il reduce mutilato, ‘Uomini‘ con Marlon Brando paralizzato o ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ – sono spesso patinati, addolciti dall’happy end, tendono a un certo ottimismo. Ricordiamo Anne Bancroft insegnante per sordociechi in ‘Anna dei miracoli’, ‘The elephant man’, la bella Marlee Matlin sordomuta in ‘Figli di un dio minore‘, Dustin Hoffman autistico ma con straordinarie capacità mnemonico-matematiche di ‘Rain man‘, Daniel Day Lewis de ‘Il mio piede sinistro‘, Tom Cruise paralizzato in ‘Nato il quattro luglio‘, Robert De Niro e Robin Williams in ‘Risvegli‘, Tom Hanks malato di Aids in ‘Philadelphia‘ e genialoide sempliciotto ‘Forrest Gump‘, Al Pacino in ‘Scent of a woman‘ (il remake di ‘Profumo di donna‘). Opere e interpretazioni quasi sempre premiate da Oscar e botteghini, peraltro.

Senza medici, malati e malattie non avremmo visto l’infarto di ‘All that jazz’, Sordi non avrebbe pensato di vendersi un occhio, Umberto D non sarebbe finito in ospedale, Adolfo Celi non si sarebbe stato costretto da Luis Buñuel a beccarsi un ceffone per una diagnosi impietosa. A Rambo non sarebbe morto un amico di cancro e Lawrence Olivier nel ‘Maratoneta‘ non avrebbe torturato Dustin Hoffman in un gabinetto dentistico. Né, ovviamente, avremmo avuto le trasposizioni su grande schermo di capolavori come ‘Morte a Venezia‘, ‘The scarlet letter’, ‘Dottor Jeckill e Mister Hide’, ‘Dottor Zivago’ o ‘Relazioni pericolose’.

E non avremmo l’inesauribile filone del medical drama, che ha prodotto decine di seriali televisivi, alcuni dei quali di grande successo. Ma questa è un’altra storia.