Nobel, Pelicci: “L’autofagia è il possibile nuovo ‘tallone d’Achille’ contro il cancro”

"Sono molto contento che il premio Nobel per la Medicina 2016 sia stato dedicato a un tema di così grande importanza: l'autofagia"

LaPresse/Reuters

Sono molto contento che il premio Nobel per la Medicina 2016 sia stato dedicato a un tema di così grande importanza. L’autofagia è sicuramente legata a doppio filo sia con il processo di invecchiamento che con il cancro. Due grandi processi biologici e, come è ormai chiaro, per molti aspetti due facce di una medesima medaglia“. A sottolinearlo all’AdnKronos Salute è Piergiuseppe Pelicci, direttore Ricerca dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, che commentando il Nobel allo scienziato giapponese Yoshinori Ohsumi mette l’accento sulle promesse che potranno discendere dalla capacità di manipolare un processo cruciale come l’autofagia. Un meccanismo che “potrebbe diventare un nuovo ‘tallone d’Achille’ del cancro“.

L’autofagia “è un meccanismo semplicissimo per cui ciascuna cellula ha imparato a mangiare, a distruggere, tutto ciò che è danneggiato al suo interno. Un meccanismo ‘buono’ che favorisce la sopravvivenza. Se ci sono agenti patogeni, o organelli danneggiati o proteine che si aggregano, la cellula li acchiappa e se li mangia. La conseguenza è duplice: da una parte elimina le cose danneggiate” o i nemici, “e dall’altra costruisce nuova energia da quello che distrugge“, spiega lo scienziato.

Da qui il collegamento con il cancro: “C’è un momento – osserva PELICCI – in cui il tumore è fragile perché si trova in una situazione in cui scarseggiano i nutrienti e in cui è a rischio la sopravvivenza della cellula tumorale. Succede quando fa metastasi. Questo è il momento di massima fragilità. E in quel momento l’autofagia è importante per la cellula tumorale. Impedirla diventerà la modalità con cui fermare questo processo” patogeno, riflette PELICCI. L’altro capitolo è invece quello del ruolo dell’autofagia in relazione all’invecchiamento e qui viene fuori l’altra faccia della medaglia: “Tanto più questo processo di eliminazione degli organelli danneggiati e delle proteine che si aggregano è efficiente, tanto più rallenta l’invecchiamento“.

Non a caso, continua PELICCI, “i geni che controllano l’autofagia sono sotto ai geni coinvolti in invecchiamento e cancro. Abbiamo dunque un altro processo biologico e altri geni su cui concentrarci: se uno imparasse a manipolarlo, ‘accendendolo’ e ‘spegnendolo’ con i farmaci, avremmo armi in più per affrontare tumori e processi di invecchiamento“. Il Nobel 2016, fa notare ancora lo scienziato, “è stato dato per una ricerca fondamentale di base. E va ricordato che senza ricerca di base non arrivano neanche le applicazioni. Ohsumi ha lavorato sul lievito e ha chiarito alcuni dei geni coinvolti nell’autofagia. Poi il mondo degli scienziati che studiano organismi superiori e malattie non ha fatto altro che cercare di rispondere alla domanda su che fine fa questo percorso nella malattia“.

Adesso, quindi, la missione è “costruire dei farmaci che possano manipolare queste vie genetiche che abbiamo scoperto per vedere se, come ci sembra, questo processo biologico è determinante e se si può usarlo come tallone d’Achille. Ci sono dei composti, degli inibitori particolari, in fase molto preliminare di sperimentazione e speriamo che il prossimo Nobel vada proprio a chi trova i farmaci che sfruttano questo processo per guarire” le malattie”. Quasi 30 anni dopo le scoperte di Ohsumi, conclude PELICCI, “ci rendiamo conto che quando uno scienziato scopre qualcosa di nuovo sono più le domande che crea che le risposte. A distanza di tanto tempo siamo ancora qui a studiare. Evviva, dunque, la scienza“.