Ricerca: campus biomedico, la ricetta anti-osteoporosi si studia nello spazio

L'osteoporosi si studia nello spazio, per capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee umane

L’osteoporosi si studia nello spazio. Per capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee umane, a maggio dal John F. Kennedy Space Center della Nasa a Cape Canaveral, in Florida, partirà sulla navicella spaziale una speciale macchina dotata di otto contenitori con i suoi campioni ematici, vari composti e tutta la tecnologia necessaria, in direzione della Stazione spaziale internazionale. Al viaggio prenderà parte, per la terza volta, anche l’astronauta italiano, del corpo astronauti dell’Esa, Paolo Nespoli. Obiettivo della missione è trovare conferme sull’origine dell’osteoporosi per poterla curare e prevenire.

Sarà, probabilmente, proprio Nespoli, spiega in una nota il Campus Bio-medico di Roma alla vigilia della Giornata mondiale dell’osteoporosi, a dare avvio alla procedura di attivazione dei micro-pistoni e dei cilindri dell’apparecchiatura, che inietteranno – con un processo automatico a tempi pre-programmati a terra dai ricercatori – vari composti nel sangue presente nei contenitori. Ci sarà anche il sangue di Mauro Maccarrone, ordinario di biochimica al Campus Bio-Medico, nei contenitori che contribuiranno al progetto di ricerca. Il tutto sarà ‘congelato’ sottozero, affinché le istantanee che fotografano le modificazioni subite dalle cellule ematiche al trascorrere delle settimane nello Spazio possano essere osservate e analizzate a terra dagli scienziati, mostrando loro il progredire degli effetti della micro-gravità sulle cellule del sangue.

“Scopo primario – spiega Maccarrone, principal investigator del progetto Serism – è affrontare in modo innovativo il problema dell’indebolimento dell’apparato scheletrico umano“. Una questione che tocca innanzitutto gli astronauti perché le ossa, dopo alcuni mesi in micro-gravità nello Spazio, perdono in modo importante densità. “Con queste sperimentazioni – spiega il docente – capiremo se è possibile velocizzare il ripristino delle normali condizioni di massa ossea attraverso il prelievo, prima che partano, di cellule staminali presenti nel loro sangue che sono poi capaci di evolvere in cellule ossee, come abbiamo dimostrato in passato. Se tutto funzionerà, basterà dare – continua Maccarrone – ad alcune cellule staminali ematiche degli astronauti gli stimoli giusti per trasformarsi in osteociti, prendendo il loro sangue e attivandolo perché si differenzi, per poi reimmetterlo nel loro circolo“.

La ricerca non sarà però limitata agli astronauti: “La seconda parte del progetto – chiarisce Maccarrone – verificherà se siamo riusciti a individuare alcuni ‘segnali’ responsabili del processo d’indebolimento osseo, i cosiddetti endocannabinoidi. Si tratta di sostanze molto accreditate in tal senso nel mondo della ricerca. Per questo abbiamo pensato di sfruttarli nello Spazio per comprendere meglio il meccanismo dell’osteoporosi“. Il progetto Serism, lanciato alcuni mesi fa con un kick-off meeting nella sede dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), vede tra i partner coinvolti anche l’Università di Tor Vergata e quella di Teramo, oltre a Nasa ed Esa. “Se capiamo quello che succede lassù – sottolinea il docente – avremo un nuovo strumento da usare a livello preventivo. Se va come speriamo, dopo la valutazione in laboratorio dei campioni biologici rientrati dall’Iss, potremo proporre di sfruttare gli endocannabinoidi come ‘bersagli’ terapeutici o come spunto per costruire nuovi farmaci anti-osteoporosi“.

Gli endocannabinoidi sono molecole simili agli ormoni, che vanno ad agire su particolari recettori, uno di questi è chiamato ‘CB2’ (recettore cannabico di tipo 2). La sua carenza potrebbe essere una causa importante di osteoporosi. “Gli endocannabinoidi – aggiunge Maccarrone – agiscono come dei ‘segnalatori’ di un cambiamento: controllano il metabolismo osseo. Se, quindi, si è in grado di recepire modificazioni in questi segnali, sarà possibile verificare che il recettore CB2 è alterato e siamo, perciò, all’inizio di un’osteopenia. Quello che è noto ai ricercatori – continua Maccarrone – è che dove c’è osteoporosi il recettore CB2 si mostra carente: abbiamo già dati sperimentali secondo i quali, se lo blocchiamo, le trabecole ossee (le tipiche strutture di cui è costituito l’osso) risultano bucate come un groviera“.