Blue Whale: cosa c’è di vero e perché è importante parlarne

Il caffè del Venerdì

Negli ultimi giorni è scattato l’allarme Blue Whale, il gioco della morte che sembra aver spinto diversi adolescenti al suicidio. Procediamo per gradi. La challenge sarebbe nata in Russia e ideata da un giovane studente in psicologia, Philipp Budeikin, che peraltro risulta già in arresto dal 2016 per istigazione al suicidio. Si tratta di una sfida che prevede il superamento di 50 prove con la supervisione di un tutore. Sono prove che mirano a generare nell’adolescente azioni di autolesionismo e sottomissione, per farlo entrare in un vortice irreversibile che terminerà con la 50° sfida: la morte. Il tutore ha il compito di supervisionare l’attuazione e la realizzazione delle sfide, minacciando o denigrando chi non è in grado di portarla a termine. In sostanza, ha la funzione di manipolatore psicologico.

In Italia la notizia è stata prima diffusa da Le Iene e poi dalle principali testate giornalistiche. Negli ultimi giorni sono in molti a ritenere che si tratti di una bufala, poiché non sono state trovate delle reali prove dell’esistenza di questi gruppi facebook, ma al contempo si sono verificati i primi casi anche nel nostro Paese. In realtà, con i dati attualmente in nostro possesso, è davvero difficile stabilire se si tratti di una notizia reale o della solita fake news e, nel dubbio, molti sono stati coloro che hanno sottolineato l’importanza di non dare rilevanza ad una notizia del genere perché in tal modo se ne favorisce la diffusione.

La Blue Whale non è altro che una conseguenza estremizzata dei rischi di internet per le persone psicologicamente fragili. E poi, del resto, chi può davvero dirsi libero da questi condizionamenti? Ci confrontiamo quotidianamente con il nostro bisogno di approvazione, diffondendo contenuti per ottenere quanti più like possibili, e ci sorprendiamo se un giovane, in una delle fasi più delicate della propria vita, ossia l’adolescenza, quando ancora è privo di certezze e fondamenta, si lascia influenzare e plagiare da una challenge? Senza contare che spesso si tratta di adolescenti che soffrono di depressione, che si sentono abbandonati a se stessi (non necessariamente poi lo sono), e che vedono nella figura del tutore una “guida rassicurante” in grado di dar loro il giusto valore (“eroe”). Naturalmente, si tratta di una visione errata e assurda, ma è impossibile al giorno d’oggi che un ragazzo, depresso, che tende all’autolesionismo, non trovi il mezzo di mettersi in contatto con persone a lui “affini”. È chiaro che il primo passo da compiere nel caso di un adolescente che soffre di determinate patologie è sostenerlo e garantirgli aiuti specialistici e competenti. Ma la Blue Whale ha colpito anche ragazzi apparentemente sereni. Il problema non è dunque non parlarne, il problema è insegnare, mostrare, istruire i ragazzi ai pericoli del web, all’importanza dell’individualità, alla meraviglia della diversità.

Non siamo ipocriti. Sperare che un ragazzo della nuova generazione non usi Facebook, Instagram o WhatsApp ha dell’utopico, insegnargli il giusto valore di questi mezzi di comunicazione ha del realistico. Credere che davvero possiamo far vivere i nostri ragazzi in una campana di cristallo fino alla maggiore età ha del fiabesco, fargli capire che nel mondo esistono persone che potrebbero far loro del male ha del verosimile. Seminare nelle nuove generazioni la bellezza, la passione, l’amore, la competenza e il senso di giustizia è quanto di più bello possiamo fare per garantir loro una vita degna di questo nome, ma aprir loro gli occhi di fronte ai pericoli, alla possibilità di incontrare menti malate che inevitabilmente tenteranno di manipolarli per ottenere qualcosa da loro, all’importanza di dissentire se occorre e di abbandonare una strada se non è quella giusta, alla necessità di essere imperfetti, alla relativizzazione del web, è qualcosa di necessario.

In ogni favola c’è l’eroe, il falso eroe e l’antagonista. Raccontiamolo ai nostri ragazzi, insegniamo loro a distinguerli, a riconoscerli, a smascherarli, o perlomeno proviamo a dar loro il buon esempio. Un domani ci ringrazieranno.