Campi Flegrei, eruzione imminente? Ecco il parere degli esperti INGV

Gli esperti dell'Ingv-Osservatorio Vesuviano di Napoli fanno chiarezza sulla reale situazione dei vulcani campani, in particolare quello dei Campi Flegrei

Per il vulcano dei Campi Flegrei arriva un nuovo metodo per la previsione delle eruzioni, mediante un’analisi comparativa della sismicità e delle deformazioni del suolo, ideato da un gruppo di ricercatori dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano di Napoli e della University College of London (UCL). La ricerca, pubblicata su Nature Communications, ha permesso di quantificare l’entità del sollevamento oltre il quale il sistema potrebbe entrare in regime ‘fragile’, con alta probabilità di eruzione.

Il metodo prevede l’osservazione delle deformazioni del suolo comparate al tasso di sismicità, ossia sull’analisi dello sforzo a cui sono soggette le rocce vulcaniche in relazione allo sforzo massimo sostenibile, oltre il quale il sistema vulcanico potrebbe in qualche modo ‘collassare’ e quindi entrare in eruzione. Ad oggi si parla tuttavia solo di studio scientifico, di modello scientifico, mentre non c’è alcun elemento “per poter definire scenari diversi da quelli finora considerati”, precisa subito all’AGI Francesca Bianco, ricercatrice e direttrice dell’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv. Pertanto, “nessun allarmismo”, precisa la ricercatrice alla quale molti hanno chiesto un parere, specie sulla stampa inglese in seguito delle notizie relative ai due vulcani campani dei Campi Flegrei e il Vesuvio.

Lo studio “si basa su un approccio di tipo modellistico, non stiamo parlando di una scoperta legata a nuovi dati”. In questo specifico lavoro legato ai Campi Flegrei “si fa un modello di rottura elasto-fragile delle rocce che in qualche forma spieghi l’accumulo di stress nella crosta. L’accumulo avviene per tanti motivi e lo misuriamo con i dati sperimentali, i terremoti e le deformazioni. Qui non è scritto che i dati sperimentali sono cambiati.” Pertanto “non si può dire che un’eruzione si sta avvicinando né si può dire quando e’ prevedibile che avvenga. I nostri dati parlano si’ di anomalie nell’area ma queste le riscontriamo da cinque anni”.

La direttrice dell’Osservatorio Vesuviano dice inoltre che le ‘caldere’ sono “vulcani un po’ carogne…”, e il lavoro fatto dai ricercatori dell’Ingv-OV e dall’UCL è “un interessantissimo lavoro di modellismo di un fenomeno tenendo in considerazione i dati sismici e le deformazioni del suolo”. A proposito di bradisismi, Francesca Bianco ricorda i fenomeni accentuati registrati nel periodo 1982-1984, “tanti segnali ma poi non è sfociato in un’eruzione. Sismicità e deformazioni sono stati precursori di un’attivita’ ma non di un’eruzione”.

Ma si può parlare di un collegamento, ovvero di un riflesso tra i terremoti dell’Aquila del 2009 e dell’Appennino centrale del 2016 e il rischio eruzione, chiede l’AGI nella sua intervista? “Il terremoto più energetico negli anni Ottanta è stato quello dell’Irpinia, molto vicino alle aree vulcaniche campane: magnitudo 6.9, nessuna eruzione. Abbiamo avuto L’Aquila con magnitudo 6.4 e poi l’Appennino centrale lo scorso ottobre con magnitudo 6.5. Quanti chilometri distano queste ultime due aree dalla zona dei Campi Flegrei? Alcune centinaia…E’ successo qualcosa? Che ci possa essere una correlazione tra la variazione di attività nei Campi Flegrei dovuta allo stress crostale non lo possiamo sapere perché non abbiamo dati. Negli ultimi mesi la deformazione e’ ferma, ne’ abbiamo sciami sismici significativi in zona. E dopo il 30 ottobre alcuna recrudescenza”.

Invece ci sono “anomalie geochimiche, e queste sono elementi rilevanti perché raccontano l’esistenza di componente magmatica nell’area flegrea. Il che significa che con ogni probabilità un apporto arriva, ad una profondità non grandissima che passa e inquina le ‘fumarole’ dei Campi Flegrei”.

Lo studio di cui si sta parlando in queste ore dice che “quando le deformazioni sono di piccola entità – spiega Giuseppe De Natale, dirigente di ricerca Ingv, a commento dello studio che egli stesso ha condotto – le rocce si comportano in maniera elastica, deformandosi in modo proporzionale agli sforzi interni. Quando, invece, gli sforzi interni superano una certa soglia, il comportamento delle rocce diventa elasto-fragile, con conseguente processo di fratturazione. All’aumentare progressivo dello sforzo, oltre una certa soglia le rocce si comportano in maniera esclusivamente fragile, generando fratture sempre più profonde che collegano la superficie con le zone dove sono concentrati gli sforzi interni. In questa situazione, un’eruzione puo’ innescarsi”.

L’evoluzione del sistema da ‘elastico’ a ‘fragile’ può essere monitorata studiando l’andamento congiunto delle deformazioni e della sismicità, ma si parla di modelli. De Natale sottolinea che “questo nuovo approccio è stato utilizzato per studiare i fenomeni di bradisisma, ben noti da oltre 2000 anni, che dal 1950 a oggi hanno prodotto oltre 4 metri di sollevamento nel porto di Pozzuoli e circa 20.000 terremoti. Il modello prevede che in un’area vulcanica come i Campi Flegrei, soggetta a continui fenomeni di sollevamento del suolo (in questo caso si deve parlare di bradisisma negativo, ndr), ogni ulteriore episodio può avere un’evoluzione diversa e maggiormente critica, in quanto agisce su un sistema già modificato dagli sforzi accumulati in precedenza.” Per Chris Kilburn, ricercatore dell’UCL che da tempo collabora negli studi dell’OV, “questa progressiva evoluzione verso una completa fratturazione dei sistemi vulcanici soggetti a grandi deformazioni cumulative può chiarire anche le cause dell’eruzione del 1994 della caldera di Rabaul (Papua, Nuova Guinea), avvenuta dopo un modesto episodio deformativo (una decina di centimetri), in un’area che aveva però già accumulato, nei decenni precedenti, alcuni metri di sollevamento”.

De Natale aggiunge che “finora, per la previsione delle eruzioni, si focalizzava l’attenzione sull’eventuale presenza di intrusioni magmatiche superficiali. Questo lavoro invece pone l’attenzione sulla risposta del vulcano alle sollecitazioni interne, attraverso l’osservazione congiunta della deformazione e della sismicità”. Quanto l’attuale condizione dei Campi Flegrei sia vicina al punto critico “dipende molto dallo stato fisico attuale del sottosuolo flegreo. Calcolare, quindi, con precisione il reale stato fisico delle rocce profonde ai Campi Flegrei è una priorità per la ricerca futura – dice ancora De Natale – Un obiettivo cruciale che può essere raggiunto in maniera efficace grazie a perforazioni profonde che possono esplorare direttamente le proprietà ‘non elastiche’ del sistema. Questo nuovo modello interpretativo rappresenta un’importante evoluzione rispetto ai metodi di previsione delle eruzioni, essenzialmente empirici, utilizzati finora”. I ricercatori precisano che lo studio ha una valenza essenzialmente scientifica, priva al momento di immediate implicazioni in merito agli aspetti di protezione civile. E non a caso l’Ingv ricorda che dal dicembre 2012 i Campi Flegrei, che vengono continuamente monitorati e studiati, sono considerati a un livello di allerta “giallo”, ossia di attenzione.