Istat: la crisi spazza via la piccola borghesia e la classe operaia

La classe operaia e la classe media - si spiega nel Rapporto Istat - sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese

La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia. La classe operaia ha perso il suo connotato univoco e si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei giovani blue-collar e per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri: il dato emerge dal Rapporto annuale 2017 dell’Istat. La classe operaia e la classe media – si spiega nel Rapporto – sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese. Oggi la prima ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale (in termini sia produttivi sia di costumi). Una delle ragioni per le quali ciò è avvenuto è la perdita dell’identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi, ma anche al cambiamento di attribuzioni e significati dei diversi ruoli professionali. Interi segmenti di popolazione non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta anche al progressivo invecchiamento della popolazione. Un primo elemento che offre la classificazione è la possibilità di collocare nei gruppi sociali anche le famiglie in cui la persona di riferimento è a vario titolo fuori del mercato del lavoro (ritirata, disoccupata, inattiva), non presa in considerazione nella classe sociale costruita sulla condizione lavorativa attuale delle persone occupate. Nei gruppi sociali identificati, le famiglie con persona di riferimento fuori del mercato del lavoro sono il 45,1% del totale e caratterizzano bene alcuni dei gruppi (anziane sole e giovani disoccupati, famiglie di operai in pensione e pensioni d’argento). Un secondo elemento considerato è la diversificazione dei profili occupazionali all’interno della stessa posizione nella professione; esemplificativo è il caso dei dipendenti a tempo determinato che, per caratteristiche relative alla posizione nella professione, dovrebbero ricadere nelle famiglie di impiegati ma in realtà vanno a collocarsi nel gruppo dei giovani blue-collar, a causa della scarsa resa reddituale del loro contratto a termine. L’analisi congiunta delle due classificazioni ha poi confermato come l’appartenenza a una classe sociale non sia sempre sufficiente a determinare capacità, disponibilità e investimento omogenei all’interno della classe sociale stessa. La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi. La complessità delle attuali forme lavorative, la rarefazione dei confini tra classi sociali rende (almeno in teoria) più fluido il passaggio da un gruppo sociale a un altro, sia in ascesa sia in discesa, con evidenti ricadute sulla percezione di appartenenza e sulla possibilità di guadagnare mobilità sociale verso l’alto, sia intragenerazionale sia intergenerazionale. Ciò può essere particolarmente vero per le generazioni più giovani, maggiormente interessate alle nuove forme lavorative.