Dipendenza, cosa causa la ricaduta? Identificate le aree cerebrali che hanno un ruolo ‘chiave’

Identificato un importante circuito cerebrale coinvolto nella ricaduta nelle sostanze di abuso. La scoperta si deve a una ricerca realizzata da Marco Venniro

Identificato un importante circuito cerebrale coinvolto nella ricaduta nelle sostanze di abuso. La scoperta si deve a una ricerca realizzata da Marco Venniro, prima come dottorando del corso di Biomedicina traslazionale dell’Università di Verona e, in seguito, come post-doc al National Institute on Drug Abuse (Nida) di Baltimora. Lo studio è frutto di una collaborazione internazionale tra il gruppo di ricerca statunitense guidato da Yavin Shaham e quello italiano diretto da Cristiano Chiamulera della sezione di Farmacologia del dipartimento di Diagnostica e sanità pubblica dell’ateneo scaligero.

Utilizzando tecniche all’avanguardia, gli scienziati hanno identificato le aree del cervello responsabili della ricaduta, ovvero la connessione neuronale tra la corteccia insulare anteriore e il nucleo centrale dell’amigdala critica. Pubblicato sulla rivista ‘Neuron’, lo studio – spiegano i ricercatori – suggerisce nuovi approcci terapeutici come l’utilizzo della stimolazione magnetica intracranica, tecnica sicura e non invasiva già utilizzata per curare altre patologie come l’emicrania e la depressione. Per combattere la dipendenza da sostanze – precisano gli esperti – negli ultimi anni si è affermata la strategia terapeutica ‘contingency management’, che promuove l’astinenza da sostanze di abuso utilizzando premi alternativi come soldi in forma di coupon o cibi gradevoli.

Tuttavia, nel momento in cui il premio alternativo viene interrotto, la maggioranza dei pazienti esposta a oggetti nell’ambiente che sono in qualche modo associati al consumo della sostanza d’abuso tende a ricominciare il loro ciclo di dipendenza (il cosiddetto ‘relapse to drug use’).

“Nella nostra ricerca – spiega Venniro – abbiamo utilizzato un modello nel quale gli animali da laboratorio volontariamente si astengono dall’autosomministrarsi una sostanza di abuso quando gli viene presentato un premio alternativo, in questo caso un cibo particolarmente gradevole. Tuttavia, quando il bene alternativo viene rimosso, così come accade per i pazienti, i ratti mostrano un’aumentata ricerca delle sostanze”.

“Questo lavoro – aggiunge Venniro – pone le basi per un potenziale nuovo bersaglio per prevenire nei pazienti la ricaduta alle sostanze di abuso dopo periodi di ‘contingency management’ utilizzando, possibilmente, tecnologie avanzate, sicure e non invasive come la stimolazione magnetica intracranica (Tms) per agire selettivamente sul circuito che abbiamo identificato in questo studio”, conclude il ricercatore.