Sport, anomalie cardiache negli atleti: dal test del dna ai nuovi approcci

Dai test genetici mirati agli innovativi approcci diagnostici: sono solo alcuni dei traguardi contro le anomalie cardiache subdole negli atleti

Dai test genetici mirati agli innovativi approcci diagnostici: sono solo alcuni dei traguardi contro le anomalie cardiache subdole negli atleti agonisti e non, messi a segno dall’Unità operativa complessa Medicina dello Sport e Rieducazione funzionale della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma e in particolare dal ‘Centro Benito Stirpe’ presso il Gemelli. Una struttura che si avvale del nuovo Centro di Cardiogenetica, e che festeggia il suo secondo anno di attività.

Se ne è parlato oggi in occasione del workshop presso il Centro di Medicina dello Sport del Policlinico, diretto da Paolo Zeppilli. Presenti all’evento il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e il presidente del Frosinone Calcio, Maurizio Stirpe. “Uno dei risultati messi a segno in questi due anni di attività – sottolinea Zeppilli – è l’essere riusciti a coniugare l’interesse non solo di tutti i colleghi del Gemelli, ma anche quello di studiosi afferenti a importanti Centri di Cardiologia Pediatrica (Ancona, Bologna, Napoli e San Donato Milanese) e di Medicina dello Sport (Treviso), intorno a un Progetto di ricerca nazionale sulle ‘Anomalie congenite delle arterie coronarie'”.

“Una sfida da vincere nei confronti di anomalie difficili da diagnosticare in vita – ribadisce lo specialista – e nelle quali l’arresto del cuore durante lo sforzo è il primo (e, purtroppo, a volte l’ultimo) sintomo, o in altri casi è preceduto da sensazioni di oppressione toracica e/o malessere durante sforzo, alle quali non sempre viene data la giusta rilevanza”.

Proprio su queste rare anomalie – ricorda il Gemelli in una nota – è in pubblicazione sull’International Journal of Cardiology lo studio effettuato da Zeppilli e dai suoi collaboratori, che descrive la casistica raccolta presso il Policlinico: 23 atleti con anomalie congenite delle coronarie diagnosticati in vita, alcuni dei quali avrebbero rischiato di morire se avessero continuato a fare sport.

Lo studio sottolinea l’importanza di non sottovalutare sintomi sfumati (più di un terzo dei soggetti non aveva alcun disturbo) e, nel sospetto, di effettuare un ecocardiogramma transtoracico, mirato a verificare il corretto decorso nel cuore delle arterie coronarie. Nel lavoro – conclude la struttura capitolina – si discute anche di come valutare in futuro la possibilità di ritorno allo sport nei casi, i più gravi, sottoposti a correzione chirurgica dell’anomalia.