Invecchiare bene e in modo attivo: ecco i segreti della Fondazione Ferrero

Invecchiare, una fase della vita a cui tutti aspirano ma che viene vista anche con paura per i possibili problemi che ne conseguono. Ecco i segreti della Fondazione Ferrero

Invecchiare, una fase della vita a cui tutti aspirano ma che viene vista anche con paura per i possibili problemi che ne conseguono. La terza età però può essere vista come una risorsa e un’opportunità anziché come un problema sociale. Di fronte al crescente invecchiamento della popolazione, bisogna quindi cambiare ottica e punto di vista.

A fornire un modello virtuoso per affrontare questo cambiamento è la Fondazione Ferrero, dal 1983 impegnata nel miglioramento della qualità della vita della persona anziana attraverso innovativi percorsi di welfare aziendale.

La Fondazione Ferrero è nata nel 1983 da un’idea di Michele Ferrero per dare alle persone che hanno 25 anni di attività lavorativa, pensionati e non, uno spazio per invecchiare bene – ha spiegato in una intervista ad askanews il professore Ettore Bologna, responsabile delle attività mediche e socio assistenziali della Fondazione Ferrero – Ricordiamo che nel 1983 si parlava ancora poco di invecchiamento attivo, diciamo che la Fondazione, in questo senso, è nata in tempi non sospetti”.

La Fondazione Ferrero dal 2013 organizza, con cadenza biennale, convegni di studi di portata internazionale dedicati all’invecchiamento di successo. Quest’anno l’appuntamento ad Alba – dal 9 all’11 novembre – ha come titolo “Invecchiamento di successo 2017: ageing opportunities” e vede la partecipazione di personalità di spicco oltre ad accademici e ricercatori impegnati a studiare un modello di invecchiamento attivo, dove l’anziano è considerato una risorsa per la comunità in cui vive.

“Il nostro modello – chiarisce subito Bologna – è in parte aiutato dalla medicina, ma non è la parte più importante. Si basa sullo sviluppo, nella persona anziana, del suo capitale sociale, ovvero le capacità residue che non utilizza, ma che, se stimolate (in Fondazione Ferrero abbiamo 40 attività, tra laboratori di arti manuali, laboratori creativi, lingue tra gli altri) sono il primo elemento per favorire un invecchiamento attivo”.

Bologna, citando uno studio sui centenari condotto dal professor Claudio Franceschi dell’Università di Bologna, ha ricordato che “nel 2035 in Italia ci saranno più di 200mila centenari. Oggi la soglia è di 120 anni, ma il problema è se si arriva bene a quella soglia”. Tra le leve per un invecchiamento attivo c’è la prevenzione “che – spiega il professor Ettore Bologna – deve essere fatta in modo mirato e non attraverso check-up generici”.

Ma accanto a questo c’è anche il l’attività fisica. “Noi in Fondazione facciamo la cosiddetta ‘Terapia della salute’: educhiamo gli ultra-sessantacinquenni a stare bene, non facciamo terapia della patologia – ci spiega – L’attività motoria in questo per noi è essenziale: ogni giorno 500 persone vengono in Fondazione per fare attività motoria, che sia palestra, riabilitazione o attività all’aria aperta, che è la base per un invecchiamento di successo”.

La Fondazione Ferrero, nel corso degli anni, ha osservato che, attraverso l’applicazione di questo metodo sui 4.500 over 65 che segue, c’è “una maggiore attenzione alla prevenzione da parte degli anziani, ma anche meno ricoveri, meno accessi al pronto soccorso, un minor consumo di farmaci”. Che tradotto vuol dire “costi sanitari minori. Un ricovero ospedaliero, per esempio, costa al sistema sanitario nazionale 600 euro al giorno, per cui questo modello genera un saldo positivo”.

Oltretutto anche fare prevenzione conviene: gli esami diagnostici di prevenzione tendono, infatti, ad abbassare il costo sanitario per persona. Il modello della Fondazione Ferrero si pone dunque come esempio virtuoso per affrontare una dinamica sociale che vede sempre più sbilanciato il rapporto con la componente più giovane, a favore degli anziani e che La sfida posta dall’invecchiamento della società si confronta con i tradizionali modelli di organizzazione sanitaria, sociale e d economica che spesso vedono nell’anziano un problema anziché una risorsa..

“Noi mettiamo a disposizione il nostro modello a chi lavora in ambito pubblico – ha detto il professor Bologna – è una decisione politica investire in politiche socio-sanitarie. Per anni abbiamo investito in ospedali e ricoveri acuti mentre i problemi erano le cronicità. E in Italia non c’è una cultura e nemmeno una struttura per le cronicità”.

Lo stesso convegno organizzato ad Alba vuole essere una occasione di confronto ma anche di stimolo per estendere questo modello virtuoso: “Noi da questo appuntamento ci aspettiamo una corretta divulgazione dei dati per sensibilizzare il più possibile su questo tema – ha concluso il professore – Ci aspettiamo l’interesse delle strutture pubbliche e della politica sul tema prima che il treno ci arrivi addosso”.