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Ricerca: il Policlinico di Milano apre un maxi polo e chiede l’attenzione per il settore

Il Policlinico di Milano apre un maxi polo dedicato alla ricerca nel cuore del capoluogo lombardo: 1.400 metri quadrati di nuovi laboratori

Laboratori di Ricerca
Credit: Dario Lalli

Il Policlinico di Milano apre un maxi polo dedicato alla ricerca nel cuore del capoluogo lombardo: 1.400 metri quadrati di nuovi laboratori dove si fa dalla diagnosi alla sperimentazione della terapia genica per diverse malattie per le quali l’Irccs di via Sforza è riferimento a livello nazionale e internazionale.

E nel giorno dell’inaugurazione ufficiale degli spazi di via Pace, da più voci arriva anche un monito e un appello collettivo alla politica affinché garantisca più investimenti sulla ricerca e maggiore attenzione ai ricercatori che dedicano la loro vita al ‘bancone’ e alla loro stabilità.

Nel centro si studiano malattie rare, patologie metaboliche del fegato e malattie respiratorie, e ci sono anche laboratori dedicati allo studio delle patologie della coagulazione del sangue. Un progetto coltivato per anni, nato dall’intuizione di storici scienziati della Fondazione Ca’ Granda come Pier Mannuccio Mannucci, big dell’ematologia, e portato al traguardo dagli attuali vertici del Policlinico.

Con un investimento complessivo di 1,4 milioni di euro, messi insieme con una modalità speciale di finanziamento. In pratica il progetto è stato per metà autofinanziato dall’Irccs: 700 mila euro arrivano infatti dalla gestione e valorizzazione del patrimonio agricolo e delle proprietà terriere dell’ospedale, attraverso la Fondazione Sviluppo Ca’ Granda che ogni anno da Statuto impiega tutti gli utili per finanziare la ricerca sanitaria del Policlinico.

L’altra metà invece – ulteriori 700 mila euro – è stata donata dalla Fondazione Angelo Bianchi Bonomi, il cui legame con il Policlinico attraversa più generazioni. L’ente da anni opera sostenendo nella struttura la ricerca sull’emofilia, la trombosi e le malattie emorragiche.

Un ‘sodalizio’ nato con il mecenate che dà il nome alla Fondazione, Angelo Bianchi Bonomi, nonno dell’attuale presidente Barbara. Proprio per amore della sua nipotina affetta fin da piccola dalla malattia di Von Willebrand, anomalia del sangue che facilita le emorragie, nella sua eredità lascia un patrimonio immobiliare per aiutare la ricerca del Policlinico su questi temi. Era il 1971.

“Sono entrata per la prima volta al Policlinico all’età di 5 anni, come malata – racconta oggi Barbara – Ricordo il primo laboratorio di allora, era in un sottoscala. A volte mi facevano portare le provette e io mi sentivo grande con indosso il camice bianco. Questa è stata una seconda casa e ora continuo a stare qui e a essere curata qui. La ricerca è stata importante. Dopo decenni di condivisione ci siamo detti: non è possibile avere ancora i laboratori nei sotterranei. E oggi è stata un’emozione vedere tutte queste giovani ricercatrici aggirarsi nei nuovi spazi”.

Il ‘rosa’ è infatti un’altra caratteristica: sono donne tutte le responsabili dei 4 laboratori del polo inaugurato oggi, così come sono donne più o meno i due terzi dei camici che ci lavorano. Alla guida del Centro Angelo Bianchi Bonomi per lo studio sulle coagulopatie, che impiega 35 scienziati, c’è Flora Peyvandi, direttore di Medicina generale, Emostasi e Trombosi del Policlinico. Iraniana di origine, giramondo in nome della ricerca, con l’Italia nel destino.

La scienziata può vantare persino una borsa che porta il suo nome: gliel’ha dedicata il marchio Breis, scegliendola fra le donne al top nella scienza tricolore. Mannucci è stato il suo mentore e con la Fondazione Angelo Bianchi Bonomi ha un legame di vecchia data.

“Senza di loro sarebbe stato impossibile in questi anni – dice – E’ un momento difficile per i ricercatori e ogni risultato è un emozione ancora più grande, perché ottenuto con più difficoltà”. Un monito sull’importanza di sostenere la ricerca arriva anche da Domenica Cappellini, che in via Pace guida il Laboratorio di medicina generale e il Centro malattie rare. “Voglio ricordare quello che ripeteva sempre il mio mentore: produrre scienza è una risorsa economica. E’ una risorsa che in un Paese civile si spende bene. Il nostro mondo politico fa un po’ fatica a capire questo concetto. Rendete felici questi giovani che popolano i laboratori”, è il suo appello finale.

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