Astronomia: i criovulcani di Cerere protagonisti di un nuovo studio

Astronomia: i criovulcani di Cerere protagonisti di un nuovo studio

Cerere è il più grande corpo planetario della fascia degli asteroidi tra Marte e Giove

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

I criovulcani di Cerere sono protagonisti di un nuovo studio, condotto grazie ai dati della sonda Dawn, dall’Università del Texas e dal Jet Propulsion Laboratory della Nasa. La ricerca – riporta Global Science – ha approfondito i fattori che hanno influenzato l’attività vulcanica sul pianeta nano, responsabile a sua volta della formazione delle macchie brillanti di sali che costellano la sua superficie. Con il termine criovulcanesimo, si intende l’insieme dei fenomeni collegati all’attività vulcanica attualmente individuata su diversi corpi ghiacciati del sistema solare. Questo tipo di attività potrebbe contribuire alla miscelazione degli ingredienti necessari alla formazione delle molecole base per l’esistenza della vita. Cerere è il candidato ideale per studi di questo tipo, dato che si tratta di un ambiente più semplice da osservare dal punto di vista geologico, soprattutto se confrontato con quello di altri mondi ghiacciati, come Europa, la luna di Giove.

Cerere è il più grande corpo planetario della fascia degli asteroidi tra Marte e Giove. Prima dell’arrivo di Dawn, gli scienziati erano convinti che il pianeta nano non fosse più attivo dal punto di vista geologico a causa della sua età e per via della lontananza dall’influenza di altri pianeti. Dawn ha smentito queste teorie, restituendo le celebri immagini delle macchie brillanti sulla superfice, rivelatesi in seguito come i resti del criomagma, il materiale emesso dai criovulcani. La posizione delle macchie luminose, situate al centro di bacini craterici, suggerisce che il calore e l’energia generata dagli impatti degli asteroidi potrebbero far ripartire l’attività geologica su Cerere, creando dei serbatoi di criomagma, che verrebbero portati in superficie attraverso le fratture.

La studio si è focalizzato sull’osservazione dei depositi di sale all’interno di  uno dei crateri più famosi quello di Occator, formatosi circa 20 milioni di anni fa. A seguito delle analisi dei dati di Dawn, gli scienziati si sono resi conto che l’età dei depositi è inferiore a quella del cratere e si aggira intorno ai 4 milioni di anni. La discrepanza di età tra i depositi di sale e il cratere – secondo quanto si legge nella ricerca – può essere spiegata dalla presenza di materiali all’interno della crosta che tendono ad agire come isolanti. Se la nuova stima è esatta, allora il criomagma di Occator potrebbe resistere fino a 10 milioni di anni, un valore che non spiega del tutto il gap di età tra cratere e depositi ma contribuisce alla creazione di un modello di evoluzione dell’attività geologica più aggiornato che richiederà ulteriori approfondimenti in futuro.

La missione Dawn, lanciata nel 2007, si è conclusa lo scorso novembre dopo 11 anni e due estensioni della vita operativa a causa dell’esaurimento dell’idrazina, il propellente che viene utilizzato per il controllo orbitale e di assetto dei satelliti. Il contributo italiano alla missione è stato rilevante grazie alla partecipazione dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.

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