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Etna: la grande eruzione del 251 d.C. che minacciò Catania fu preceduta da un forte terremoto [GALLERY]

Secondo la ricostruzione proposta dalle fonti storiche, un anno dopo la morte di Sant’Agata - patrona di Catania - nel 252 d.C. si verificò una grande eruzione dell’Etna

Figura 1 - Mappa della Sicilia orientale con l’indicazione del sito archeologico di Santa Venera al Pozzo (sinistra); dettaglio del versante sud orientale dell’Etna con l’indicazione dei terreni affioranti (destra)

Secondo la ricostruzione proposta dalle fonti storiche, un anno dopo la morte di Sant’Agata (Santa Patrona della città di Catania), nel 252 d.C. si verificò una grande eruzione dell’Etna: il vulcano avrebbe eruttato ingenti quantità di lava, che arrivarono a minacciare direttamente la città di Catania. Soltanto un miracolo della Santa, il cui velo, secondo alcuni storici, sarebbe stato portato incontro al fiume di lava, avrebbe evitato il peggio (Guidoboni et al., 2014). Le stesse fonti storiche riportano che durante il martirio della Santa, nel 251 d.C., si sarebbe verificato un terremoto che evitò all’eroina il supplizio destinatole dai suoi carnefici.

Nonostante la descrizione dettagliata dell’eruzione del 252 d.C. tramandata dalle fonti storiche e riportata nel Catalogo delle eruzioni dell’Etna (2014), quasi nulla viene documentato sull’evento sismico che l’avrebbe preceduta. Questo evento sismico è probabilmente da mettere in relazione con l’evidenza archeologica recentemente individuata presso il complesso termale di Santa Venera al Pozzo, nei pressi di Acireale (Figure 1 e 2). Tra la fine del III sec. e l’inizio del IV sec. d.C. alcuni lavori di ricostruzione/trasformazione vennero eseguiti presso la Villa Romana adiacente il complesso termale; si tratta della trasformazione della Villa Romana da mansio(stazione di posta ubicata lungo la via Pompeia che collegava Messina con Catania) a laboratorio per la produzione della ceramica (Branciforti, 2006).

Nello stesso periodo gli ambienti a volta del complesso termale (Calidaria, Figura 3) subiscono delle ricostruzioni/ammodernamenti. All’evidenza storica ed archeologica si aggiungono anche rilievi geologici e geofisici che documentano una frattura di probabile origine tettonica, lunga circa 4 m, che attraversa il podio Romano posto tra l’edificio termale e la chiesa bizantina quasi adiacente (Figure 4a e 4b).

Tale frattura potrebbe rappresentare l’espressione geologica superficiale degli effetti del terremoto del 251 d.C. La frattura, che si estende per circa 40 m in senso N-S, potrebbe appartenere al sistema tettonico delle cosiddette Timpe, affiorante in zona poche centinaia di metri più ad est. Le Timpe risultano tuttora attive, come suggerito dai dati sismici e geodetici e più recentemente dai dati geochimici acquisiti proprio nell’area di Santa Venera al Pozzo(Figura 5).

L’area archeologica sorge sul versante sud-orientale dell’Etna, area storicamente caratterizzata da terremoti di bassa energia, i maggiori risentimenti nell’area considerata sono stati prodotti dai terremoti del 1818 (Mw 6.28; CFTI5Med, 2018), del 1848 (Mw 5.51; CFTI5Med, 2018) ed infine la sequenza sismica precedente l’eruzione del 2002-2003, con effetti di danneggiamento localizzati tra Aci San Filippo e Aci Catena (Catalogo INGV OE, Gruppo Analisi Dati Sismici 2017).

Per quanto riguarda il primo millennio, invece, l’unico terremoto noto alle fonti storiche è il terremoto del 251 d.C. Ma perché i terremoti del passato sono così importanti? La storia sismica costituisce la chiave per conoscere il futuro. Quindi, per stimare la pericolosità di una data area utilizziamo tutta la sua storia sismica, che si basa fondamentalmente su dati di sismologia storica, archeosismologia e paleosismologia. Tali studi permettono di estendere a ritroso la finestra temporale di parecchie migliaia di anni e di non limitarci, quindi, al solo periodo in cui si hanno dati strumentali, grazie alle reti sismiche. Questo periodo, infatti, è di circa 30 anni per l’area etnea e 60 anni per la penisola italiana.

L’area archeologica di Santa Venera al Pozzo risale al periodo del Rame (ca. 3000 a.C.) e costituisce un laboratorio ideale per indagini multidisciplinari. Nonostante quasi tutti i resti archeologici siano stati datati tra il periodo Greco e Romano, in passato tale area aveva una morfologia molto diversa dall’attuale, così come viene descritto dalle fonti storiche. In particolare, il poeta Ovidio nella sua opera “Metamorfosi” descrive la sorgente termale per analogia col fiume Akis …

“Colava un sangue rosso cupo, poi impallidì e poi divenne torbido come l’acqua dopo una tempesta, poi si depurò….è un prodigio! Spuntava come alta e acqua a zampilli, uscì Akis”.

In effetti, il mito di Akis e Galatea, descritto dal poeta, è originato dalla ricchezza e dall’abbondanza delle sorgenti di questo territorio, oltre che alle variazioni di colore delle acque causate dalla trasformazione dei composti chimici che vengono trasportati da un ambiente sotterraneo geotermale privo di ossigeno ad un ambiente superficiale ricco di ossigeno (formando, ad esempio, idrossidi di ferro o zolfo colloidale). Lo storico Raccuglia (1906) identifica il fiume Akis con il torrente Reitana che da Aci Platani, scendeva al mare lungo la via dei Mulini e sfociava nel tratto di costa tra Capo Mulini ed Aci Trezza. Si tratta proprio del piccolo fiume che serviva i tanti mulini locali e che secondo alcuni doveva sorgeva nell’area archeologica. Le sue evidenze sono peraltro ancora visibili: infatti le sue acque sono successivamente confluite in un pozzo attualmente in attività di emungimento.

L’area archeologica di Santa Venera al Pozzo è stata utilizzata in maniera quasi continua negli ultimi 5000 anni, infatti nel periodo Medievale l’impianto termale venne trasformato in Hospitalis, cioè luogo atto alle cure, in quanto le sue acque termali avevano proprietà benefiche per la salute. Nel XIX secolo per opera del barone Pennisi di Floristella venne fondato lo stabilimento Termale di Acireale e le acque di Santa Venera al Pozzo vennero fatte confluire nel nuovo stabilimento per le cure termali.

L’inizio della decadenza dell’area archeologica coincide con la deviazione delle acque termali allo Stabilimento termale di Acireale, che restò in attività per circa un secolo.

Indagini multidisciplinari

Nel sito delle antiche terme recentemente sono state eseguite diverse indagini multidisciplinari (geologiche, geochimiche e geofisiche) oltre a quelle archeosismologiche di cui si è parlato prima.

I terremoti producono danni facilmente riconoscibili ad “osservatori esperti”: crolli direzionali, formazione di fratture diagonali in muri, scivolamenti del blocco chiave in archi, ecc. Il danneggiamento osservato nel sito archeologico è dunque di origine sismica, e le fratture osservate sui resti archeologici e misurate per una lunghezza totale di 4 m rientrano in una fascia di fratturazione ancora più ampia (circa 40 m) con direzione circa N-S. Queste fratture dislocano le fondamenta del podio, alcune vasche e dei muretti minori (Figura 4), con un movimento estensivo (quindi di allungamento) fino a 5-8 cm ed una componente di scivolamento laterale destro che ha prodotto un dislocamento fino a 4 cm. Inoltre, altre fratture probabilmente collegate a quella descritta sopra sono state identificate nei due ambienti a volta (Calidaria) e anche nell’arco orientato ENE situato a sud di essi.

L’indagine archeosismologia ha quindi permesso di identificare i danni sismici nel sito archeologico di Santa Venera al Pozzo. Infatti, il ripristino dei Calidaria e il cambiamento della mansio sono da imputare ad un evento sismico avvenuto intorno alla metà del terzo secolo d. C., come suggerito dai dati archeologici e storici. Le zone di frattura sono abbastanza comuni sul versante sud-orientale dell’Etna, che è attraversato da diverse faglie attive (Branca et al. 2011). Il sito archeologico è peraltro collocato in prossimità di uno di questi lineamenti tettonici, la faglia di Aci Catena, che appartiene al sopra menzionato sistema di faglie delle Timpe (Monaco et al. 1997).

La recente prospezione areale dei flussi di anidride carbonica (CO2) emessa dai suoli ha mostrato delle anomalie di degassamento in prossimità delle faglie esistenti nell’area d’indagine. Inoltre, da pochi mesi è iniziato il monitoraggio delle emissioni gassose associate con l’antica sorgente ipo-termale sulfurea attorno alla quale sono sorte le prime strutture termali dell’area. Le analisi in continuo dei gas eseguite attraverso il micro-gascromatografo hanno mostrato forti variazioni anomale nella composizione dei gas emessi insieme con l’acqua termalizzata, principalmente per quanto riguarda i contenuti di metano (CH4), idrogeno solforato (H2S) e anidride carbonica (CO2), suggerendo che la faglia che ha danneggiato il sito archeologico in passato potrebbe essere ancora attiva, in quanto permette la fuoriuscita di gas magmatici profondi, e che il sistema idrotermale locale sembra essere influenzato dai cambiamenti nel flusso di calore e/o gas provenienti dal sistema magmatico dell’Etna.

Ulteriori indagini di geofisica applicata sono state svolte nell’area in studio al fine di individuare discontinuità tettoniche (ossia faglie) nel terreno (Figura 2). Queste indagini hanno permesso di investigare il sottosuolo attraverso metodologie indirette, e sono tipicamente non invasive e non distruttive. Tutte le tecniche geofisiche di indagine si basano sulle diversità tra le proprietà fisiche (elettriche, magnetiche, meccaniche) dei terreni e quelle di eventuali strutture o manufatti presenti, le quali hanno restituito profili bidimensionali della porzione del sottosuolo investigato. I risultati dimostrano che l’utilizzo di metodologie multidisciplinari può essere di notevole importanza per investigare i forti terremoti del passato.

Nonostante sia trascorso più un migliaio di anni da quell’evento, le evidenze di questo terremoto sono ancora visibili tutt’oggi. Fratture e deformazioni sono infatti ben evidenti sui resti monumentali di questo sito archeologico sorto sulle pendici dell’Etna circa 5000 anni fa.

a cura di Carla Bottari (INGV-Roma2) e Salvatore Giammanco (INGV-OE).

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