28 Dicembre 1908, quando le celebrazioni non servono a nulla: il terremoto-tsunami nello Stretto e due città che dopo 109 anni sprofondano nell’ignoranza del fatalismo

28 Dicembre 1908, centonove anni fa la più grande catastrofe naturale della Storia d'Italia. Ma Messina e Reggio Calabria non hanno imparato nulla...

Oggi si celebrano i 109 anni da quel terribile disastro naturale che il 28 Dicembre 1908 devastava Sicilia nord/orientale e Calabria meridionale: una violentissima scossa di terremoto di magnitudo 7.2 nello Stretto di Messina alle ore 05.50.27, con epicentro ad una distanza di 5,8 chilometri a NE di Reggio Calabria e 11,56 chilometri a SE di Messina, radeva al suolo le due città provocando 120.000 morti, 80.000 in Sicilia e 40.000 in Calabria. Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909. L’ipocentro fu stimato ad una profondità di circa 20 chilometri. Molto superficiale per un evento così potente. Infatti, le onde sismiche prodotte dal terremoto causarono immensi danni alle strutture e infrastrutture delle due città capoluogo più vicine all’epicentro. La scossa fu in grado di provocare un’immensa frana sottomarina che generò uno tsunami di grandi dimensioni, con onde alte più di dieci metri, sulle coste affacciate allo Stretto di Messina. L’intensità raggiunta dal terremoto fu valutata intorno agli XI° della Scala Mercalli.

Messina fu la città più danneggiata, con circa il 90% degli edifici completamente distrutti e gravi perdite in termini di vite umane. Su 140.000 abitanti ne morirono 80.000Reggio Calabria fu seconda città a pagare il prezzo più alto, con danni ingentissimi e la morte di 15.000 persone su una popolazione totale di 45.000 abitanti. Altre 25.000 vittime, circa, si riscontrarono in molti comuni vicini all’epicentro, sia in Sicilia che nella Calabria meridionale.

Questo funesto evento non solo detiene il tristissimo record di catastrofe naturale più devastante (soprattutto in termini di vittime) d’Italia, ma dell’intero continente europeo. Infatti, mai a memoria d’uomo, un evento naturale si è abbattuto sull’Europa generando così tante vittime.

Solo il violentissimo terremoto di Lisbona, magnitudo 8.5, avvenuto il 1° Novembre 1755, si rivelò essere paragonabile al disastro del 1908. Anche se i danni nella capitale portoghese furono molto estesi, soprattutto conseguenti allo tsunami che devastò le coste, il numero delle vittime non è certo. Secondo alcune stime, però, potrebbero aggirarsi intorno alle 100.000 unità.

L’illuminazione stradale e cittadina venne di colpo a mancare a Messina, Reggio, Villa San Giovanni e Palmi, a causa dei guasti che si produssero nei cavi dell’energia elettrica e della rottura dei tubi del gas.

A Reggio Calabria andarono distrutti diversi edifici pubblici. Caserme e ospedali subirono gravi danni, 600 le vittime del 22.mo fanteria dislocate nella caserma Mezzacapo, mentre all’Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvarono solo 29. Ai danni provocati dalle scosse sismiche e a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 m a 12 m di altezza (13 metri a Pellaro, frazione meridionale di Reggio Calabria).

Lo tsunami in questo caso provocò molte vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un’ingannevole protezione. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli e incendi, trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò quasi integralmente distrutto. La furia delle onde spazzo’ via le case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le località piu’ duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi; Briga e Paradiso, Sant’Alessio e fino a Riposto su quelle siciliane.

Oggi, 109 anni dopo da quel disastro, Messina e Reggio Calabria sprofondano nell’ignoranza del fatalismo. Sono due città piegate, rassegnate, senza speranza e senza cultura scientifica. Eppure di celebrazioni ne sono state fatte talmente tante che nessuna comunità del mondo dovrebbe avere la stessa consapevolezza del rischio. Perchè nello Stretto la terra tremerà di nuovo, in modo violento. Ci saranno altri terremoti devastanti, di magnitudo superiore a 7. Non è possibile prevedere quando, ma non c’è alcuna possibilità che la terra non tremi più. La scienza geologica è chiarissima, e la conoscenza delle faglie locali denota un’instabilità che darà sfogo – senza alcuna ombra di dubbio – a nuove forti scosse. Eppure Reggio e Messina oggi sono vulnerabili forse anche di più rispetto a 109 anni fa. E soltanto parlare del rischio sismico e dei terremoti sembra un azzardo: “porti sfortuna, che Dio ci aiuti e basta“. Come se non ci fosse nulla da fare, come se non esistesse la prevenzione.

Eppure si potrebbe convivere con i forti terremoti in piena sicurezza e tranquillità, come accade in molte altre zone del mondo. Si potrebbe persino costruire il Ponte tra Reggio e Messina, senza alcun pericolo in caso di forti terremoti, così come accade in tutte le altre zone sismiche del mondo dal Giappone alla California, dal Cile alla Nuova Zelanda (dove i terremoti sono addirittura più forti e frequenti di quelli dello Stretto). Quaggiù, invece, nella terra dell’ignoranza e del fatalismo, tutto resta immobile e nulla cambia nei secoli dei secoli.