Il borgo di Pentidattilo: la storia della strage degli Alberti, tra leggenda e mistero [GALLERY]

di Saverio Spinelli – Un borgo fantasma che si arrampica su una  montagna a forma di 5 dita, ormai sgretolate dal tempo e dai terremoti: questo è Pentidattilo (o Pentedattilo), la mano del diavolo.

A 250 metri sul mare Jonio, da cui dista pochi chilometri,  antica colonia magno greca, iniziò il suo declino oltre un millennio fa,  quando cioè iniziarono le incursioni dei  Saraceni sulle coste dell’Italia meridionale.

Pentidattilo è disabitato solo da pochi decenni, dopo una lenta e  inesorabile migrazione della sua popolazione verso i paesi vicini.

Il borgo si rianima d’Estate, quando ospita il Paleariza, il festival etnico, culturale e musicale della Calabria grecanica e, di tanto in tanto, quando diventa luogo di escursioni per  scout ed altre associazioni  o meta di turisti occasionali.

"Vista Pentedattilo04" di GJo - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons
“Vista Pentedattilo04” di GJo – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0
tramite Wikimedia Commons

Il fascino di Pentidattilo, le cui cinque dita si intravedono anche dalla Sicilia, quando il sole consente di vedere oltre la rocca di capo d’Armi, oltre che nell’unicità del luogo, sta nell’unicità della tragedia che vi si consumò nel 1686.

All’epoca l’Italia meridionale era sotto il dominio spagnolo, Napoli era la capitale,  dove vi risiedeva il   Vicerè. Pentidattilo ed i territori vicini erano  un tempo  feudo dei Baroni Abenavoli (uno dei quali aveva partecipato alla Disfida di Barletta, contro i Francesi) per concessione del Re Normanno Ruggero d’Altavilla. In epoca successiva gli  Abenavoli  dovettero subire un ridimensionamento del loro territorio,  che si restrinse a   Montebello Jonico e dintorni, mentre Pentidattilo, dopo qualche altro passaggio di mano, divenne feudo dei marchesi Alberti. Tra le due  famiglie non c’era un buon rapporto,  anzi, tutt’altro. Per complicare ancor più  le cose, il Barone Bernardino Abenavoli  si era preso una cotta per  Antonietta, sorella del giovane marchese Lorenzo Alberti. Probabilmente, se le cose fossero andate diversamente di come in effetti poi  andarono, i due si sarebbero anche potuti sposare, secondo la prassi di buon vicinato nobiliare in voga all’epoca e la tragedia di Pentidattilo non si sarebbe consumata.

Invece accadde che Lorenzo Alberti sposò Caterina Cortez, figlia del viceré di Napoli e che, in occasione del matrimonio,  il fratello della sposa (nonché anch’egli figlio del Vicerè), Don Petrillo Cortez, si innamorò della, evidentemente affascinante,  marchesina Antonietta Alberti; e si parlò subito di matrimonio. La vigilia di Pasqua del 1686, il Barone Abenavoli, venuto a conoscenza della cosa, complice un infedele ed infame servitore di casa Alberti, che gli aprì le porte, si introdusse nottetempo nel castello degli Alberti e, forte di una pattuglia di 40 uomini, compì letteralmente una strage. Era il 16 Aprile. La follia omicida del barone uccise quasi tutti i presenti, donne e bambini compresi  e, dopo aver ammazzato Lorenzo non ne risparmiò neppure il  fratello Simone, di appena nove anni.

Quella passò alla storia come la strage degli Alberti.

"Ruderi castello01 - Pentedattilo" di GJo - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons
“Ruderi castello01 – Pentedattilo” di GJo – Opera propria.
Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons

Dopo averle ucciso tutti i familiari, Bernardino Abenavoli rapì Antonietta e la costrinse quindi a sposarlo. Il barone risparmiò la figlia del Vicerè, ma prese come staggio Don Petrillo, che portò con se a Montebello, sperando di avere in mano un’arma contro possibili ritorsioni, ma fece male i suoi calcoli, perché quando si sparse la notizia a Reggio, l’efferatezza dell’impresa inorridì tutti, suscitando immenso sdegno.

Il Vicerè, informato dal Governatore di Reggio, inviò immediatamente un contingente militare in Calabria che espugnò il castello degli Abenavoli e liberò l’ostaggio. Sette persone, individuati tra gli esecutori della strage, furono decapitati e le loro teste appese alle mura del castello di Pentidattilo. Bernardino Abenavoli riuscì a fuggire a Malta, per arruolarsi poi nell’esercito austriaco  e morire colpito da  un colpo di cannone.

Il matrimonio di Antonietta Abenavoli fu in seguito  annullato e la poveretta, come capitava spesso a quei tempi, passò il resto dei suoi giorni in un convento di clausura, a Reggio,  tra gli incubi per quella notte e le preghiere di rito.

Fin qui la storia.

Iniziò poi la leggenda: le cinque dita di Pentidattilo diventarono da allora la mano insanguinata del marchese Lorenzo Alberti, colpito a morte da Bernardino Abenavoli. Infine il mistero: nelle notti ventose d’inverno, tra gli anfratti del paese fantasma  si odono tuttora delle strazianti grida, quelle degli Alberti.

La storia, con tutti i particolari è narrata da Marina Crisafi nel suo libro Miti, misteri e leggende di Reggio Calabria e dintorni.