Vietato non toccare: la riproduzione tattile del rosone di Santa Croce diventa parte dell’allestimento del Museo Diocesano [FOTO]

Nella Sala Convegni dell’Antico Seminario Arcivescovile di Lecce la riproduzione tattile di uno dei simboli della città di Lecce, accessibile alle persone con disabilità visiva grazie al progetto “Arte per Tutti” realizzato dall’associazione Poiesis con il sostegno della Fondazione Megamark nell’ambito del progetto ‘Orizzonti solidali’ - Edizione 2016

L’arte è tutta da toccare: con questo monito si è svolta la conferenza di presentazione della riproduzione tattile del rosone della Basilica di Santa Croce, realizzata in resina, materiale resistente e adatto alla riproduzione di dettagli, dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona. Il rosone entra, così, a far parte ufficialmente dell’allestimento permanente del Museo Diocesano di Arte Sacra Galleria di Arte Religiosa di Lecce in Piazza Duomo, visitabile dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 20.00. La riproduzione del rosone è affiancata da tre dettagli: due cherubini e un fiore di melograno, questi sono stati realizzati in pietra leccese dalla Cooperativa artigiana Kaleidos. La fruizione è garantita dalla presenza di audio descrizioni a cura di professionisti esperti seguendo le linee guida internazionali (ADLAB) e dalla tecnologia beacons, a cura di Arte Amica, e QRcode. Il materiale descrittivo su supporto cartaceo è stato progettato in formati accessibili ad alta leggibilità, in accordo con le linee guida attualmente in discussione presso l’International Organization for Standardization (ISO).

«Progettare in modo accessibile – ha spiegato Antonella Agnoli, assessore alla Cultura, creatività e Valorizzazione del patrimonio culturale del Comune di Lecce – significa offrire un servizio reale a tutta la comunità. Progettare una pedana significa rendere la vita più semplice non solo alle persone con disabilità motorie ma anche alle mamme con la carrozzina, se si scrive in caratteri più leggibili si viene incontro anche alle necessità delle persone più anziane. L’accessibilità è un’opportunità per tutti di accedere alla vita della comunità e alla cultura».

L’iniziativa è stata realizzata grazie al progetto “Arte per Tutti” realizzato dall’associazione Poiesis, affiliata Arci, e vincitore di ‘Orizzonti solidali’ – Edizione 2016, bando di concorso promosso dalla Fondazione Megamark in collaborazione con i supermercati dok, A&O, Famila e Iperfamila. Insieme a Poiesis, da anni impegnata sul territorio in progetti sull’accessibilità, il Museo Tattile Statale Omero, l’Arcidiocesi di Lecce, il MUSA – Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento, il Centro Italiano Tiflotecnico, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Sezione di Lecce, il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, Arte Amica, Kaleidos e Arci Lecce.

A partecipare alla prima esplorazione tattile aperta venerdì 27 ottobre nella Sala Convegni dell’Antico Seminario Arcivescovile di Lecce, il vice sindaco del Comune di Lecce Alessandro Delli Noci e l’assessore alla Cultura, creatività e Valorizzazione del patrimonio culturale Antonella Agnoli, Gian Maria Greco, Marie Skłodowska-Curie Fellow in Accessibility dell’Università Autonoma di Barcellona e responsabile scientifico del progetto, Annalisa Trasatti, responsabile servizi del “Museo Tattile Statale Omero” di Ancona, Salvatore Peluso, Presidente dell’Unione Ciechi di Lecce, Grazia Maria Signore del MUSA – Museo Storico Archeologico dell’Università del Salento e Giuseppe Fiorillo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Lecce. Un progetto che ha coinvolto numerosi partner, partecipi attivi di questo processo di inclusione sociale e culturale.

«Il Museo Tattile Statale Omero è molto felice di aver partecipato a questo progetto che ha come scopo quello di aprire il più possibile alla fruizione dei beni architettonici di Lecce e di rivolgersi ai disabili visivi che costituiscono la categoria più fortemente penalizzata in un rapporto con i beni culturali – ha commentato in una nota Aldo Grassini, presidente del Museo Tattile Statale Omero di Ancona. Abbiamo partecipato ai seminari di formazione pensati per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli operatori sul tema. Quello del rosone è stato un lavoro complesso, per la scelta delle dimensioni adeguate, dei materiali, la realizzazione del bozzetto e quella dell’opera definitiva. Siamo davvero felici di metterla a disposizione dei disabili di Lecce e di tutta la cittadinanza».

Il progetto “Arte per Tutti” si fonda sulla consapevolezza che la realizzazione di una riproduzione tattile è un’operazione complessa che deve essere eseguita secondo linee guida internazionali e nel rispetto del principio della sinestesia, ovvero essere realizzata in modo tale da fornire stimoli cognitivi aggiuntivi che accompagnino quelli tattili. L’iniziativa ha visto una fase di preparazione avviata nel mese di aprile 2017 con una serie di appuntamenti formativi sul tema dell’accessibilità e l’inclusione per promuovere la fruizione dell’arte alle persone con disabilità visiva, allargando il processo di costruzione del prototipo del Rosone a esperti in accessibilità dell’arte, in riproduzioni tattili di beni culturali e ad artigiani specializzati nella lavorazione della pietra leccese. Temi centrali dei workshop formativi, le “Riproduzioni tattili”, l’“Accessibilità museale e dei beni culturali”, l’“Accessibilità nei musei universitari”, le “Audio descrizioni” e la “Comunicazione accessibile”, i cui resoconti sono stati pubblicati nel sito web del progetto al seguente indirizzo: www.poiesis.it/artepertutti. La realizzazione della riproduzione tattile è diventata così un’opportunità per la cittadinanza e per gli operatori del settore di acquisire tecniche e conoscenze per comprendere questo processo e allargare la produzione di materiali accessibili di qualità a persone cieche e ipovedenti.

SCHEDA TECNICA

La Basilica di Santa Croce. Cenni storici

La Basilica di Santa Croce sorge in via Umberto I all’incrocio con via Matteo da Lecce e vico Saponea, nel centro storico della città. La sua costruzione ebbe inizio nel 1549 e perdurò per più di un secolo. Le origini della Basilica e dell’ex Convento dei Celestini sono tuttavia più antiche. Sembrerebbero, infatti, risalire al XIV secolo quando Gualtieri VI di Brienne ne commissionò la costruzione nei pressi dell’antico castello della città. Questi edifici furono poi demoliti e ricostruiti nell’antico quartiere ebraico, corrispondente all’ubicazione odierna. Quattro architetti si succedettero ai lavori della facciata: Gabriele Riccardi, al quale si deve l’impianto generale della facciata; Francesco Antonio Zimbalo, al quale si attribuisce la decorazione dei portali; Cesare Penna, per la realizzazione della parte superiore, e Giuseppe Zimbalo per il disegno del fastigio. La Basilica di Santa Croce si ispira al Tempio di Salomone e celebra la vittoria di Lepanto del 1571 da parte delle potenze del mondo cristiano alleate contro i turchi. La decorazione della facciata, letta dal basso verso l’alto, simboleggia il trionfo del bene, ovvero della cristianità, sul male, raffigurato da immagini origini pagane e uomini orientali.

La facciata della Basilica di Santa Croce. Breve Descrizione.             

La facciata di Santa Croce è in pietra leccese, una pietra calcarea di colore bianco-giallo, tipica del Salento. La sua forma può essere inscritta in un rettangolo immaginario largo 20 metri e alto circa 26, con la parte superiore più stretta rispetto a quella inferiore. Una breve scalinata, di cinque gradini sulla destra e 4 sulla sinistra, anticipa l’ingresso alla chiesa. Il livello inferiore è suddiviso in 5 scomparti da sei colonne lisce collegate da archi. Il portale centrale è protetto da un protiro ed è coronato da tre stemmi: quello di Filippo III re di Spagna al centro è affiancato dallo stemma di Maria d’Enghien e da quello di Gualtieri VI di Brienne. Ognuno dei portali laterali è sormontato da uno stemma, quello dei Celestini sulla destra e quello della croce a sinistra, e da un piccolo rosone, cioè una finestra decorativa di forma circolare.

Gli scomparti più esterni, privi di portali, sono decorati con due piccoli rosoni.

Continuando verso l’alto, c’è una trabeazione che si srotola per tutta la larghezza del primo livello della facciata. È ricca di decorazioni a grottesche ed ha al centro sei cherubini che reggono l’iscrizione latina, così tradotta “Questo tempio è dedicato al vessillo della croce”. Segue, a metà dell’altezza della facciata, una balconata sorretta da 13 mensole, 6 telamoni 7 statue zoomorfe. Tra i telamoni si distinguono uomini con abiti orientali costretti a sorreggere il tempio della cristianità.

Il secondo livello della facciata è suddiviso in tre scomparti da quattro colonne. Quello centrale, in asse con il portale maggiore, è occupato interamente dal rosone, il cui diametro supera i 3 metri. Esso è inscritto in un quadrato decorato da elementi vegetali, e da due leoni rampanti che sorreggo i cartigli con incisa la data 1646. Tra gli elementi vegetali si scorgono sei profili maschili originati dalle foglie arricciate.

Gli scomparti laterali, in asse con i portali minori, sono decorati da due nicchie, una per lato, contenenti la statua di Celestino V, sulla destra, e quella di San Benedetto sulla sinistra. Le statue a tutto tondo dell’Umiltà, a destra, e della Sapienza, a sinistra, chiudono lateralmente questo livello.

In alto, c’è una seconda trabeazione decorata da putti danzanti che sorreggono le lettere “DON MATTEO NAP”, in memoria di Don Matteo Napoletano, abate al tempo della costruzione della Basilica.

La facciata termina con un fastigio dalla struttura piramidale, con al centro il vessillo della croce. I recenti restauri hanno riportato alla luce tracce di colore riscontrabili sulle ali dei cherubini nel fregio del primo livello, sulle labbra carnose del moro – uno dei telamoni della balconata centrale -, e negli occhi dei volti a rilievo e delle statue.

Il rosone centrale della Basilica Di Santa Croce

Riproduzione in resina e legno, diametro 80 cm, colore bianco e grigio chiaro.

La riproduzione riprende la forma del rosone originale a tronco di cono, ottenuta con una base e tre fasce concentriche decorate. La base che nell’originale è una finestra segnata da 28 raggi e 4 circonferenze in metallo, nella riproduzione è in acetato blu ed ha gli stessi rilievi. Il rosone, come è noto, è una finestra che sintetizza una complessa simbologia cristiana. È allegoria della Gerusalemme Celeste, di Maria intermediaria per l’avvento dei cristiani nel regno di Dio e di Cristo, luce della città santa. I cherubini, le melagrane e i gigli che lo decorano sono in totale 72, un numero importante che ricorda sia quello delle spine della corona di Cristo sia il numero dei precetti o “strumenti per il buon lavoro” elencati del 4° capitolo della Regola di San Benedetto, seguita anche dall’ordine dei Celestini. La cornice della circonferenza maggiore raffigura una ghirlanda tenuta ferma da 12 nastri, disposti come le ore in un orologio. Fra le foglie lanceolate, simili a quelle di una pianta di agrume, sporge una gran varietà di frutti. Le melagrane, i grappoli d’uva, le pere e le pigne presenti nel rosone originale, sono sintetizzate in questa riproduzione con delle pigne sul lato destro e dei pomi sul lato sinistro.

Nella parte interna della stessa fascia sono ritratti 24 angeli cherubini, nella loro versione sintetica, composta dalla sola testa e dalle ali. Nonostante i volti e le capigliature dei cherubini scolpiti in facciata siano sempre diversi, è possibile identificare come tratti comuni quelli riprodotti nel rilievo: i volti paffuti, le espressioni seriose, le capigliature corte e ricciolute e le ali con le punte rivolte verso il basso. La fascia centrale è composta da 24 conci scanalati in verticale sui quali sbocciano altrettanti fiori. I critici li hanno identificati come fiori di melograno. La terza fascia verso l’interno ospita 12 angeli cherubini e 12 gigli. Gli angeli hanno le stesse caratteristiche di quelli della fascia più esterna ma con le ali spiegate. I gigli hanno la corolla, con tre soli petali dalle punte arricciate, è a forma di calice rivolta verso la finestra centrale. Sullo stelo crescono due foglie, una per lato, con le punte tripartite. Il lilium candido è uno dei fiori protagonisti nelle Sacre Scritture, simbolo di purezza e resurrezione. Nel Cantico dei Cantici è Cristo, giglio delle valli che non cresce nei real giardini. Questo fiore sintetizza anche una figura araldica. Potrebbe essere, secondo lo storico dell’arte Vincenzo Cazzato, un richiamo alla prima fondazione della Basilica e ai gigli donati dalla corona di Francia alla Congregazione dei Celestini.

I dettagli del rosone.

Angelo Cherubino – fascia più esterna

Pietra leccese, colore bianco-giallo, altezza 37 cm x 50 di larghezza x 15 cm spessore

Angelo Cherubino – fascia più interna

Pietra leccese, colore bianco-giallo, altezza 28 cm x 71 di larghezza x 15 cm spessore

La presenza dei cherubini nella decorazione del rosone della Basilica di Santa Croce trova le proprie fondamenta nelle antiche fonti cristiane, secondo le quali gli angeli sono suddivisi in diverse gerarchie e i cherubini, che risiedono nella prima, sono identificati come gli angeli guardiani dell’Eden e del Trono di Dio. La loro funzione simbolica nel rosone della Basilica di Santa Croce è pertanto quella di proteggere la Luce Divina.

Le formelle sono ricavate da blocchi di pietra leccese scolpiti con un rilievo che si sviluppa su più piani. La pietra leccese è calda, granulosa e porosa.

I cherubini sono rappresentati nella loro versione sintetica composta dalla testa e le ali.

Fiore di melograno – fascia centrale

Pietra leccese, altezza 28 cm, base 37cm x 37 cm.

La presenza della melagrana nel rosone della Basilica di Santa Croce trova le proprie fondamenta nelle antiche fonti cristiane, secondo le quali il frutto simboleggia la Chiesa, che nella scorza compatta racchiude la moltitudine di fedeli. Un altro riferimento è il poema del Cantico dei Cantici, in cui si narra di alberi di melograno che crescono nel giardino paradisiaco, l’hortus conclusus.

L’opera è ricavata da un unico cubo di pietra leccese ed è composta da più elementi (i petali, le foglie, il frutto e i grani). La pietra leccese è calda, granulosa e porosa.