Roma, 21 apr. – (Adnkronos) – Sono circa un centinaio, ogni anno, i cetacei che si arenano sulle coste italiane. Delfini, capodogli o balenottere che si spiaggiano, spesso agonizzanti, e il piu’ delle volte non riescono a sopravvivere. A minacciare la salute di questi animali sono soprattutto i comportamenti umani: dall’inquinamento dei nostri mari, fino alle onde emesse dalle apparecchiature ‘sonar’ delle navi. Al tema e’ dedicato una giornata di studi, in programma venerdi’ presso la Facolta’ di Medicina Veterinaria dell’Universita’ di Teramo, alla quale parteciperanno alcuni tra i piu’ qualificati esperti in materia di gestione sanitaria e di patologia dei cetacei. “Gli spiaggiamenti rappresentano, pur nella loro drammaticita’ e soprattutto quando vi sono coinvolti piu’ animali, un’occasione piu’ unica che rara per conoscerne e monitorarne lo stato di salute e, con esso, anche quello dei nostri mari. Per quanto gia’ di per se’ cospicuo, il numero delle ‘minacce’ cui si trovano esposti i cetacei a livello planetario e, piu’ in particolare, nel Mediterraneo, ha registrato in questi ultimi anni una preoccupante escalation”, spiega Giovanni Di Guardo, docente di Patologia generale e fisiopatologia veterinaria dell’ateneo teramano, e responsabile scientifico di un progetto di ricerca nazionale finanziato dal Ministero dell’Ambiente. Sul banco degli imputati proprio l’uomo e i suoi comportamenti dannosi per la salute del mare e dei suoi ‘abitanti’. “Le cosiddette ‘noxae antropologiche’, ovvero le minacce legate alle molteplici attivita’ umane – spiega Di Guardo – stanno assumendo una crescente rilevanza”. Responsabili degli spiaggiamenti dunque “cause fisiche quali le onde a media frequenza rilasciate da apparecchiature ‘sonar’, nonche’ collisioni con natanti e l’impigliamento in reti e attrezzature da pesca, ma anche agenti chimici quali i metalli pesanti e altri contaminanti ambientali persistenti, come gli organoclorurati e i cosiddetti ritardanti di fiamma”. A queste cause “si aggiungono altre di origine ‘naturale’, primi fra tutti i morbillivirus, agenti biologici che nel corso degli ultimi 20 anni hanno provocato una decina di gravi epidemie in piu’ specie e popolazioni di mammiferi acquatici, sia Pinnipedi che Cetacei, in svariate zone del Pianeta”.
