Raccolte insufficienti, carestie, gelate invernali, estati torride possono determinare crisi economiche che combinandosi con eventi politici importanti generano “onde accelerate”
PARIGI – La storia del clima non è una scienza, o una disciplina. È un sapere. Chi se ne occupa è un “uomo-orchestra”, che deve essere in grado di utilizzare svariati metodi di ricerca. È anche osteggiata, e forse necessiterebbe di più vocazioni. Ma è la prospettiva di un futuro sempre più preoccupato dai problemi ambientali, dall’effetto serra, dallo stato del pianeta, e che tuttavia sembra voler ignorare quanto è accaduto, a questo riguardo, nel nostro passato. Emmanuel Le Roy Ladurie, il grande interprete della tradizione francese delle Annales, dello scavo nelle vicende minute di persone comuni per capire il nostro passato, da anni è l’alfiere di questo nuovo indirizzo negli studi. Ha appena pubblicato in Francia (da Fayard) il primo tomo, Canicole e ghiacciai dal XIII al XVIII secolo, della sua Storia umana e comparata del clima, in cui riprende e sviluppa i temi della Storia del clima dall’anno Mille che fece scalpore quando uscì nel 1967 (tradotta da Einaudi nell’82). Oggi sarà in Italia, per ricevere uno speciale riconoscimento dal premio Grinzane-Cavour. Allievo prediletto e continuatore di Fernand Braudel, suo successore dal ‘73 al Collège de France, Le Roy Ladurie è uno di quei rari studiosi che sanno parlare a tutti i lettori. Uno dei suoi libri più noti e importanti, Montaillou, un villaggio occitano (Rizzoli), pubblicato in Francia nel ‘75, divenne un vero e proprio bestseller.
Professore, che cosa significa secondo lei essere, oggi, uno storico? La risposta è nella sua idea di Storia del clima?
“Non sarei così perentorio. Ci sono altri tipi di storiografia, tutti legittimi. Ma proprio il nostro tempo ci costringe a riflettere sul passato da questo punto di vista. Abbiamo alle spalle catastrofi climatiche del tutto paragonabili a quella, ad esempio, che ha colpito di recente l’isola di Haiti. Il problema non è certo nuovo. Nel 1693 la carestia in Francia causò 1 milione e 300 mila vittime. Il freddo inverno del 1481 costò 500 mila morti, che facendo un paragone con la popolazione attuale sarebbero oltre un milione di oggi. A Bruges, nel 1316, il prezzo del grano si impennò fino a cinque volte, e quello del sale quattro, per effetto delle piogge eccessive, uccidendo il 5% della popolazione per effetto della combinazione fra la carestia e le epidemie che ne derivarono. Il passato è ricco di catastrofi quanto il presente”.
E lei ci spiega nei suoi libri che questi eventi climatici svolgono un ruolo di primo piano nella vicenda sociale.
“Fino ad arrivare alla “politicizzazione del clima”, soprattutto in Europa. In America il grande caldo di due estati fa causò 100 morti nella sola Chicago, ma nessuno telefonò a Bush per protestare. In Francia e in Italia vicende analoghe hanno provocato un vasto dibattito politico. Anche questo non è comunque un fenomeno del tutto nuovo. In modo meno implicito, si è sempre verificato. Prendiamo la Rivoluzione francese: la raccolta del grano nel 1788 (e anche nell’89) fu pessima. La crisi che ne seguì – crisi, comunque, e non carestia – fu tra i motivi per cui Luigi XVI convocò gli Stati Generali. Dalla combinazione di una seria congiuntura economica indotta dal clima e di un evento politico importante nacque una sorta di onda accelerata”.
Come gli tsunami, le onde gigantesche e improvvise dell’Oceano Pacifico.
“Sì, potremmo definirla un’onda piramidale. La stessa immagine vale per la rivoluzione del 1848, preceduta da una malattia che colpì le coltivazioni di patate, da una canicola nel ‘46, da un cattivo raccolto di grano e quindi da una grave crisi economica sia in Francia sia in Germania. La gente spendeva tutto per acquistare il pane, e non comprava più, ad esempio, i prodotti tessili”.
Questa prospettiva rappresenta una conseguenza rispetto ai metodi delle “Annales”, alla “storia evenemenziale”, o una rottura?
“È nella tradizione aperta da Fernand Braudel. Ricordo che una lettura importante per lui fu quella del geografo valdostano Umberto Monterin, che aveva analizzato e dimostrato l’arretramento dei ghiacciai alpini. Braudel ne ha ripreso gli studi, di cui aveva letto sui giornali tedeschi quando era prigioniero in Germania, e hanno avuto importanza sul suo lavoro successivo. Io ho proseguito su questa traccia”.
Molto ostacolato?
“A volte. È curioso che proprio gli storici marxisti abbiano rifiutato questa prospettiva. Loro avrebbero dovuto occuparsi del clima, che è un fattore strutturale, e per la verità qualcuno come Kautsky, o Alan Croix in Francia, l’ha fatto. Ma i dogmatici non hanno voluto saperne, ed è stata una colossale sciocchezza”.
Anche da parte non marxista l’importanza del clima è sottovalutata.
“Diciamo che per gli “idealisti” il clima è una costante. Giudicano le sue variazioni troppo deboli per essere significative. Ma ormai si comincia a capire quanto un mezzo grado di calore in meno o in più possa essere importante”.
C’è una nuova sensibilità?
“Nuova per modo di dire. La gente è sempre molto attenta al clima. Sotto Napoleone III si è lavorato sulla storia delle inondazioni, o dei ghiacciai. Ma a poco a poco questo campo è stato abbandonato perché i meteorologi non credevano alle fluttuazioni di lunga durata. Oggi, spinti dai problemi ambientali, torna l’interesse, anche se con molte limitazioni. Io, per esempio, in Francia non ho avuto allievi. Ne ho alcuni all’estero”.
Come lo spiega?
“Forse è perché sono entrato al Collège molto presto, abbandonando l’insegnamento attivo”.
La storia del clima è alternativa a tutte le altre?
“No, è una sorta di base per le altre discipline storiografiche. La storia resta interamente umana. Però Michel Foucault ha dimostrato come vi entrino fattori non umani”.
La fine del ‘900 ha cambiato gli storici?
“In qualche modo sì. Prima eravamo prigionieri dell’escatologia marxista”,
Cambiati in meglio?
“Mica tanto. Perché da un lato si è verificata un’ascensione verso la stratosfera, un’attenzione forse eccessiva alla storia delle idee, da cavalieri dell’idea pura. François Furet, per esempio, pur facendo un ottimo lavoro, ha visto la storia della rivoluzione francese come storia puramente intellettuale. Dall’altro lato, però, nella tradizione delle Annales c’è stata anche una discesa verso la storia profonda”.
Quella a lei più cara.
“Io ho fatto per 17 anni storia “evenemenziale””.
Diventata, come necessario sviluppo, storia del clima?
“Sì, ma per ora nel panorama accademico è solo un capitolo annesso. Eppure gli archivi, soprattutto italiani, e poi francesi e spagnoli, ci permetterebbero di seguire le variazioni climatiche di mese in mese, se non di giorno in giorno, per almeno mille anni. Con la possibilità di sviluppare osservazioni interessanti: ad esempio è noto che le vicende italiane sono influenzate dalle siccità, e quelle francesi dalle piogge. Vedo qualche studioso al lavoro su questi temi, per esempio apprezzo molto l’italiano Luca Bonardi e la rivista di glaciologia Terra Glacialis, ma restano per ora casi isolati. Penso che ci saranno delle vocazioni, e tuttavia la strada è in salita. Servirebbero banche dati su cui poter lavorare, che non ci sono, salvo in Svizzera”.
E questo perché?
“Perché il riscaldamento globale è di moda. Ma il clima del Medioevo sembra andar bene solo per qualche anziano studioso che non speri più in promozioni”.
La Stampa – 3/10/2004
di Mario Baduino
