C’è però chi si fa condizionare, nella migliore delle ipotesi, dalla preoccupazione che le scelte operate possano ritorcersi contro il proprio partito perché, si pensa, vengano recepite dall’opinione pubblica molto negativamente. E non si tratta solo della Lega ma anche dei cosiddetti dissenzienti che anche se animati da nobili e sinceri propositi ottengono solo l’obiettivo di ingrossare le fila anti berlusconiane. Nella peggiore delle ipotesi gli atteggiamenti di distinguo sembrano in parte dettati da quello che viene visto come il dopo Berlusconi, come dire che si approfitta della crisi per prepararsi allo scontro interno al PdL.
Ci si dimentica purtroppo che una classe dirigente, degna di questo nome, non può farsi condizionare da interessi di bottega che spesso e volentieri sono destinati a produrre una vera e propria paralisi sulle scelte politiche ed economiche destinate a ridurre, dopo gli anni delle vacche grasse, di poco o di molto poco importa, le acquisite posizioni di ceti, professioni, territori, in difesa dei quali, è sicuro l’innesto di feroci opposizioni. Né è classe dirigente chi pensa di ‘utilizzare’ le delicate contingenze economiche del Paese per prepararsi a guerre fratricide. No, le scelte pavide o quelle semplicemente strumentali non sono figlie di vera classe dirigente.
La classe dirigente la si vede nei momenti di difficoltà. Tutti infatti possono guidare una imbarcazione con un mare piatto, ma è difficile poterla governare con un mare in tempesta quando sono necessarie scelte immediate, efficaci e a volte anche dolorose. In questi casi due sono le scelte possibili: o quella che porta alla salvezza, o la scelta che condanna la nave al naufragio. Lo stesso avviene ad un governo, che deve affrontare l’emergenza provocata dalla crisi.
Anche dinanzi a lui stanno due strade: o una cura da cavallo (battezzata da Winston Churchill come cura di sangue, fatica, lacrime e sudore) facendo i conti con quanti fanno la fronda o difendono quello che credono essere il proprio orticello; o i pannicelli caldi destinati a non risolvere alcun problema. Nel primo caso il Paese, l’intero paese, esce dalle secche della crisi e può guardare al futuro con speranze di consistente ripresa economica; nell’altro caso l’Italia va diritta diritta verso la bancarotta con tutto ciò che questo comporta anche sul piano della tenuta democratica.
La scelta pavida, quindi, condanna non solo il Paese ma anche l’inconsistente governo al massacro. Nessuno darebbe più fiducia ad un Esecutivo incapace di assolvere ai propri compiti, né a forze politiche arroccate a difendere, mentre il Titanic affonda, uno degli elementi che ha contribuito a determinare la drammatica situazione che si sta attraversando come le pensioni di anzianità.
