Reportage: alla scoperta delle grotte del Romito, un viaggio tra conoscenza e fascino

Il Bos Primigenius

Nel 1961, Paolo Graziosi, professore di Antropologia e Paletnologia all’università di Firenze, ed uno dei massimi esperti di arte preistorica, venne informato dell’esistenza di una figura di toro incisa nella roccia del riparo del Romito. Accertata l’autenticità dell’opera, in collaborazione con la soprintendenza della Calabria, vennero organizzati subito degli scavi, che continuarono ininterrottamente sino al 1967. Per prima, venne aperta una trincea di scavo in prossimità del blocco con l’incisione del toro per stabilire il rapporto cronologico tra questa figura, che venne subito ritenuta uno dei più riusciti capolavori artistici dell’età paleolitica in Italia, e il deposito archeologico. Con quest’indagine si voleva datare il momento in cui l’opera era stata realizzata e conoscere lo stadio culturale della gente che l’aveva prodotta. Una datazione attorno al 12/11.000 anni fa venne così indicata mediante l’analisi radiometrica (C14) dei carboni contenuti nello stato che si poteva considerare quello creato durante la frequentazione del Riparo per scopi rituali connessi con la figura del toro. Venne anche accertato che la parte sommitale del deposito antropico (quello relativo al neolitico e all’età dei metalli), era stata asportata, in epoca medievale, forse per utilizzare il terreno ricco di sostanze organiche e spargerlo come fertilizzante nei campi circostanti. Una seconda trincea, aperta nel retrogrotta, e spinta fino alla profondità di 5 metri, ha permesso di stabilire che l’inizio della frequentazione del Riparo risale a circa 18.750 anni fa, e quindi nel pieno Paleolitico Superiore. Il riparo che si apre a 300 m s.l.m., situato in località Nuppolara nel comune di Papasidero (Calabria), risulta formato dal residuo lato Ovest di una grande galleria carsica franata in epoca molto precedente allo stazionamento umano. Gli stessi blocchi calcarei, dove sono incisi sia segni lineari sia i tori, sono dovuti al franamento di larga porzione della volta di questa galleria. Parallela ad essa ne corre un’altra meno imponente, tutt’ora integra, dove si era estesa la frequentazione umana e dove è attivo il fenomeno di stillicidio con formazione di stalattiti e stalagmiti che creano effetti  molto gradevoli. Tutte le strutture funerarie della Grotta-Riparo del Romito risalgono a circa 11.000 – 12.500 anni fa, e non sono in nessun caso contemporanee. La pratica di ricoprire la salma con grandi pietre, non frequente, aveva probabilmente lo scopo di preservare il cadavere dalla devastazione dei carnivori che popolavano il territorio circostante la grotta. Coerente con il modello di rito funerario della fine del Paleolitico sono la scarsità o l’assenza di elementi di corredo e il limitatissimo uso di ocra rossa. Le sepolture della Grotta-Riparo del Romito rientrano nel modello sobrio di conservazione dei cadaveri che caratterizza la fine del Paleolitico.  

In Europa sono pochi i resti ossei dell’homo erectus (in Calabria nessuno) e rari gli scheletri dell’uomo di Neanderthal. In Calabria sono una mandibola di bambino da Archi ed un frammento di cranio (parietale) da Nicotera. Nel Paleolitico Superiore, diventano invece frequenti gli scheletri dell’homo sapiens sapiens, trovati soprattutto in Francia, ma anche in Italia (in Liguria, nel Veneto, in Puglia), e ben sei nella grotta del Romìto. Mentre si tratta in tutti gli altri casi di seppellimenti individuali, al Romito gli scheletri, almeno in 2 occasioni, sono stati interrati a coppie. Una di queste sepolture bisome è stata trovata ai piedi del blocco con figure taurine ed un’altra nei pressi del blocco con i segni lineari. Sembrerebbe quindi che, nel caso del Romito, si tratti di seppellimenti particolari legati alla sacralità del posto. Pertanto,  non è da escludere la possibilità di una morte contemporanea (sacrificio?) o, quanto meno, del cosiddetto “matrimonio sati”, cioè il suicidio del coniuge sopravvissuto all’altro. Non è, inoltre, privo di significato il fatto che la coppia di personaggi sepolti ai piedi del blocco con le figure taurine sia manifestamente costituita da due individui anormali, affetti da rachitismo deformante. E’noto che presso le popolazioni primitive gli anormali sono oggetto di particolare attenzione per supposti loro rapporti con la divinità. Ad esempio, fino a noi, è sopravvissuta la credenza che toccare la gobba di un individuo porti fortuna.

I recenti scavi all’interno della grotta hanno portato alla luce, nel Settembre 2001, la sepoltura di un giovane individuo, deceduto all’età di circa 18 anni; l’inumazione, indicata con la sigla “Romito 7”, risale al Paleolitico Superiore (Epigravettiano finale) ed è datata a 12 mila anni orsono. La struttura cranica e facciale ossea del giovane “Romito 7”, ha permesso di constatare come il soggetto si avvicini ad un’etnìa che richiama l’europoide, ma potrebbe anche ricordarne altre di tipi piuttosto arcaici, data la prominenza dei molari e la sua faccia relativamente bassa. Le fattezze assomigliano a quelle di altri individui del Paleolitico superiore Italiano: molto simile e la regione nasale della donna di grotta Paglicci nel Gargano (ritenuta cromagnoniana), relativa ad una sepoltura relativa a 24 mila anni fa. L’aspetto del volto richiama anche quello di un uomo barbuto, ritratto con un’incisione su una piccola lastrina calcarea rinvenuta nella sepoltura paleolitica di Vado all’Arancio presso Massa Marittima (Grosseto), di poco più recente dell’inumazione “Romito 7”.  Fonti bibliografiche: museo delle grotte del Romito.