Cambiamenti climatici: intervista ad Antonello Provenzale, ricercatore del Cnr

E’ di pochissimi giorni fa la notizia della nascita di Ec-Earth, un nuovo modello globale per studiare il clima e i suoi cambiamenti. Antonello Provenzale è un ricercatore del Cnr delegato proprio a questo progetto, e lo abbiamo intervistato per saperne di più su questo nuovo modello e, con l’occasione, fare il punto della situazione sui cambiamenti climatici.

Un nuovo modello per studiare il clima che, dalle prime considerazioni fornite, illustra per l’Europa e per l’Italia una grande varietà di microclimi con particolari caratteristiche: potremo capire meglio come cambierà il clima non su scala globale, ma su scala locale?

Il clima è molto diverso da una regione all’altra e anche gli effetti del riscaldamento globale non sono gli stessi su tutta la Terra. Un modello globale come EC Earth ha una risoluzione spaziale di circa 100 km, sia in atmosfera sia in oceano, ed è quindi adatto a simulare ciò che avviene su macroregioni. E’ inoltre adatto a studiare fenomeni che hanno anche effetti locali ma dipendono da situazioni a scala più grande, come le modifiche delle traiettorie delle tempeste invernali in Europa o l’interazione fra le perturbazioni provenienti dal Mediterraneo e il Monsone indiano in Karakorum. Per capire cosa stia succedendo e cosa succederà in aree più limitate sono utilizzate procedure dette di downscaling delle simulazioni globali, per esempio tramite modelli climatici regionali. Si possono anche utilizzare procedure di downscaling stocastico o statistico, che forniscono indicazioni di tipo probabilistico. Tutti questi approcci utilizzano le proiezioni fornite dal modello globale e, con vari metodi, ‘zoomano’ sulla regione che interessa. Un’altra possibilità, su cui stiamo lavorando, è di utilizzare EC Earth per ottenere proiezioni globali con risoluzione molto più alta in atmosfera e sulle terre emerse, utilizzando i risultati a minore risoluzione per fissare i flussi di calore e umidità dall’oceano“.

Sui cambiamenti climatici i media sono sempre pronti a titoloni a nove colonne, a volte esagerati. Eccessivo catastrofismo, o lecita preoccupazione?

Tutti i dati e le simulazioni indicano che negli ultimi 150 anni la temperatura media della superficie della Terra e dei mari è aumentata in modo significativo, pur con forti fluttuazioni da un decennio all’altro e con importanti differenze regionali (ad esempio, in Artico la temperatura è aumentata di quasi tre volte rispetto alla media globale). Le proiezioni climatiche ottenute dai modelli concordano nell’indicare un ulteriore aumento della temperatura nei decenni a venire. Ma quanto è importante questo aumento? Spesso, si fa notare che nel passato la temperatura della Terra è andata incontro a forti variazioni, del tutto naturali: ad esempio, qualche decina di milioni da anni fa la temperatura della superficie del nostro pianeta era molto più alta rispetto ad oggi e dunque una “Terra calda” non è una novità. A prima vista sembrerebbe dunque che un aumento di un grado o due sia poca cosa. Il problema, tuttavia, è che l’aumento di temperatura osservato oggi è molto rapido, probabilmente assai più rapido di quanto avvenuto negli ultimi millenni. Inoltre, le società umane del XXI secolo sono molto più complesse e ricche di infrastrutture fisse rispetto al passato e la popolazione umana oggi è enormemente aumentata. La società attuale sembra essere quindi meno resistente ai cambiamenti climatici: onde di calore o condizioni di siccità in alcune aree, associate per esempio ad estesi incendi estivi, possono danneggiare i raccolti e scatenare crisi economiche e politiche globali. Così pure variazioni nella disponibilità di acqua possono portare a crisi nelle relazioni internazionali e conflitti. Sulle cause naturali almeno per ora non possiamo intervenire, ma sulla parte di cambiamento climatico indotto dalle attività umane possiamo fare qualcosa. Senza bisogno di fare del catastrofismo, sempre dannoso, occorre valutare razionalmente quanto si conosce e adottare misure sia di riduzione delle cause che hanno un’origine antropica (emissioni di gas serra e di polveri sottili, modifiche nell’uso del territorio) che di adattamento alle mutate condizioni climatiche. A questo proposito, sta sviluppandosi un ramo dello studio del clima, chiamato climate security, che si occupa proprio di stimare i possibili effetti delle modifiche ambientali e climatiche sulle politiche globali e sulle instabilità delle società umane e, ove possibile, suggerire strategie per affrontare i problemi che possono emergere“.

Che cosa significa per un ricercatore Italiano poter far parte di un team di studio internazionale così prestigioso?

La scienza è sempre stata un’attività internazionale e priva di frontiere, fin dai suoi albori. A maggior ragione, un ambito di studio così complesso come la dinamica del clima non può essere affrontato senza un forte legame con gli altri ricercatori di tutto il mondo. Nello specifico, il consorzio EC Earth è basato proprio sulla collaborazione internazionale e sull’idea di condividere i risultati. I vari gruppi che aderiscono al consorzio stanno realizzando un gran numero di simulazioni diverse e sarà possibile fra pochi mesi avere un insieme di ricostruzioni del clima passato e di proiezioni per il futuro, per poter stimare la variabilità naturale del clima e il livello di predicibilità delle proiezioni climatiche. Naturalmente, anche la collaborazione a livello nazionale è fondamentale. Per questo, su diverse tematiche stiamo lavorando in stretta collaborazione con gli altri centri italiani che si occupano di clima. Personalmente, ritengo che solo mettendo a confronto idee, competenze e risorse possiamo ottenere risultati significativi e far crescere sempre di più la scienza del clima in Italia“.