“La nostra ricchezza brulica di vermi, vive di decomposizione, puzza di escrementi, ha colori cupi degli strati di marciume“. Non è la metafora di un predicatore millenarista, bensì la letterale dichiarazione d’amore di Logan all’humus, compost, senza il quale non potremmo sopravvivere. Quell’umile ammasso di materia pulsante, troppo giovane per interessare i geologi, emoziona lo scrittore newyorkese. In tono brioso e competente egli ci invita a seguirlo nella sua avventurosa esplorazione di sedimenti, buche, praterie, coltivi e discariche. Lo scopo è familiarizzarci con qualcosa che abbiamo da sempre sotto i piedi e di cui ignoriamo il fragile equilibrio e le infinite virtù, avendo perso perfino il ricordo di pratiche ancestrali come l’assaggio della terra da parte dei contadini, noto dai tempi di Virgilio, o la misurazione di una dote in base al peso del letame prodotto dalla fattoria paterna, per non dire del culto egizio dello scarabeo stercorario. Impariamo a conoscere il grande ciclo vitale della terra presente in superficie e apprenderemo anche l’arte di guarirla.
Logan ci trasporta con le sue storie antiche e moderne in un mondo magico: la figura ormai tramontata dell’«assaggiatore di terra» che prova il terreno per indovinarne la composizione; John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti che si vantava della fertilità delle sue piantagioni elogiando l’altezza dei cumuli di letame. Conosciamo, senza ribrezzo, la vita dello scarafaggio stercorario, ci appropriamo della terra e di tutto ciò che essa contiene, vermi inclusi.
