Un gruppo di uomini su sedie di plastica blu e verdi poste in circolo, accanto catapecchie semi diroccate: è Gedikbulak, un villaggio curdo che oggi si presentava cosi’ dalla strada che costeggia il lago di Van, colpito dal terremoto di domenica scorsa nell’est della Turchia. In curdo si chiamerebbe Canik ma decenni di rimozione dell’etnia minoritaria insediata nel sudest del Paese non fa comparire nessun nome nei cartelli. Il disaggio del sisma la accomuna alla citta’ capoluogo di Van, 45 chilometri piu’ a sud. ”Siamo 700 persone, abbiamo avuto 9 morti, tra cui un piccolo di 3 anni, e 50 sono stati i feriti”, racconta il capovillaggio, Idris Oflas, che si schermisce definendosi solo un ”abitante ben noto” di Canik. Tra lo sterco di animali e case ad un piano che sembravano fatte di mattoni tenuti insieme dal fango, Oflas riferisce che i soldati dell’esercito turco sono venuti a portar via i feriti ma ”ci hanno aiutato Hakkari e Diyarbakir”, aggiunge riferendosi alle provincie confinanti tutte a maggioranza curda. Indica con il dito un camion di una municipalita’ curda che ha inviato coperte e ammette che la Mezzaluna rossa turca, l’equivalente islamico della Croce rossa, ha subito promesso tende senza pero’ precisare quando le portera’. Alla domanda se si sentono discriminati rispetto ad altri villaggi, il muhtar (piccolo governatore) taglia corto: ”Qui non ci sono villaggi turchi, il capoluogo Van e’ un po’ misto ma la campagna e’ tutta curda, ci trattano tutti alla stessa maniera”. Nel parlare di altri villaggi indica il cerchio di sedie dove siedono ospiti venuti per portare le loro condoglianze. Vicino si nota un camion: la base del rimorchio e’ coperta di tappeti e ”dentro ci dormiamo in 50”, dice Oflas, e ”li’ in 60”, aggiunge indicando una tenda fatta da un telo di plastica blu che e’ cosi’ piccola da rendere quasi inverosimile l’indicazione di quante persone ci dormano. Tutto intorno abitazioni diroccate, per meta’ distrutte. Una di queste era la stalla dalle cui macerie spuntano ancora le teste di due mucche che i bambini del villaggio mostrano agli obiettivi dei cronisti. Anche il forno, un foro nel terreno dentro una costruzione di pietra, e’ stato distrutto dal sisma e ci sono ancora delle focacce ormai fredde da oltre due giorni. All’aperto il fuoco e’ acceso sotto a due o tre pentole dove gorgoglia una pastura gialla. Delle donne si adoperano a non far spegnere il fuoco e c’e’ chi riposa su un materasso sotto un cielo grigio che, con non piu’ di 10 gradi di temperatura a mezzogiorno, promette solo pioggia o neve. Alla domanda se al villaggio appoggi il Pkk, l’organizzazione terrorista che si batte per l’indipendenza del sudest della Turchia, con un conflitto che ha causato piu’ di 45 mila morti, il capovillaggio e’ diplomatico: ”Non e’ tempo di parlare di questioni politiche e sociali. Tutti qui hanno bisogno d’aiuto. Se tornate un’altra volta ne riparleremo”, aggiunge senza prendere posizione contro i terroristi considerati tali anche da Usa e Ue e contro i quali Ankara sta conducendo in questi giorni un’operazione militare di terra in corso poche centinaia di chilometri piu’ a sud e nel nord dell’Iraq.
Fonte: Ansa
