
Abbiamo intervistato il famoso meteorologo a 360° sulla situazione meteo/climatica dell’Italia e del pianeta, e vi proponiamo domande e risposte integrali.
Il nubifragio di Roma e l’alluvione tra Liguria e Toscana hanno segnato un autunno che fino a metà ottobre era stato molto secco al centro/nord, più piovoso al sud. Che è successo, poi, alla stagione autunnale 2011?
Una premessa. Il termine nubifragio non è utilizzabile in termini tecnici, non essendo in alcun modo codificato nell’ambito della casistica dei fenomeni intensi. Quello che è accaduto ha un nome, si chiama cluster di temporali, ovvero una serie di temporali organizzati lungo una linea che si è posizionata al traverso della costa tirrenica centrale e l’ha percorsa per intero. La caratteristica di questi eventi è proprio quella di determinare precipitazioni intense e persistenti per più ore, generando accumuli di pioggia molto abbondanti. Non ci sono elementi per valutarne l’intensità se non per quello che dice la bibliografia: un temporale può provocare decine di millimetri di pioggia nell’arco del suo sviluppo. Se questo avviene su un punto e si sommano più temporali le conseguenze sono quelle che abbiamo visto. Certamente un evento molto intenso ma tutt’altro che unico, anzi, nel bacino del mediterraneo sono eventi piuttosto frequenti, solo che per fortuna ‘scelgono’ aree spesso diverse per formarsi ed evolvere. Quanto alla stagione autunnale, le piogge prima o poi dovevano arrivare, e la caratteristica prevalenza di correnti molto sviluppate lungo l’asse dei meridiani ha determinato il brusco cambiamento da una situazione stabile e siccitosa ad una estremamente dinamica e piovosa. Una stagione in ritardo, non necessariamente una stagione anomala.
Gli eventi in Liguria e in Toscana sono stati senz’altro eccezionali. Purtroppo non nuovi per quella porzione del nostro territorio, ma comunque non frequenti. Purtroppo l’autunno è la stagione delle alluvioni, la storia del nostro territorio lo racconta, proprio come avete raccontato con molta efficacia su queste pagine soltanto qualche giorno fa. Quanto al collegamento o alla relazione di causa effetto con una sospetta o presunta modifica del clima, già quella storia parlerebbe chiaro, ma restare in termini scientifici più che percettivi, si deve considerare la natura degli eventi di cui parliamo. Precipitazioni temporalesche persistenti, ovvero fenomeni che nascono si sviluppano e muoiono a scala spaziale e temporale molto limitata. Collegarli a modifiche di lungo periodo ad ampia scala spaziale come si vuole siano quelle climatiche non ha molto senso. Si dovrebbe poter capire se in effetti l’energia che ha caratterizzato l’evento sia stata in qualche modo diversa da quella che lo contraddistingue intrinsecamente in ragione di una modifica ambientale di pari scala spaziale e temporale. Non erano presenti particolari anomalie termiche, per cui non credo che questa relazione di causa effetto possa reggere alla prova scientifica.
Purtroppo sì. E’ in arrivo un altro deciso peggioramento, anch’esso tipicamente autunnale, anch’esso con una direzione di provenienza occidentale. Questo porterà la massa d’aria instabile a scontrarsi con le catene montuose italiane, aggiungendo all’intensità della perturbazione un importante contributo orografico che ne determinerà una maggiore persistenza. Quanto alla stagione, è veramente difficile se non impossibile fare previsioni. Si può ipotizzare che persista questa accentuata componente meridiana della circolazione delle medie latitudini, confermando l’alternanza di periodi molto stabili con altri estremamente dinamici ed evolutivi, e con una certa tendenza del settore meridionale del Paese ad essere più piovoso, ma con gli elementi che abbiamo si tratta di poco più che speculazioni. Figuriamoci poi se possiamo avere un’idea addirittura dell’inverno. No, veramente non è possibile.
Le previsioni stagionali non sono ancora molto affidabili, come mai? Quanti passi avanti si stanno facendo su questo settore previsionale se se ne stanno facendo?
Le previsioni stagionali innanzi tutto non sono previsioni, nel senso che quel che esce dalle simulazioni sono campi di anomalia, cioè scostamento dalla media spesso appena percettibile, di alcuni parametri atmosferici. Dalla forma e dall’evoluzione di queste anomalie, si deve cercare di identificare il tipo di circolazione atmosferica prevalente che le può generare. Da questa si può immaginare il tipo di tempo prevalente, ovvero molto evolutivo, stabile, secco, umido etc etc. mentre il primo step è oggettivo, ovvero risulta da modelli numerici che hanno una attendibilità ancora piuttosto bassa, il secondo e il terzo passaggio sono soggettivi, cioè frutto dell’interpretazione. Il tutto per avere un’idea delle condizioni atmosferiche mediate nel tempo e nello spazio che non hanno nulla a che vedere con la previsione del tempo in senso stretto. E siamo tornati all’inizio della mia risposta a questo quesito. Per ora, ed è già tantissimo, ci dobbiamo tenere le previsioni a breve e medio termine, la cui attendibilità grazie ai progressi fatti nel settore della modellistica è cresciuta tantissimo negli ultimi anni.
Verrebbe da dire che il clima non può impazzire perché è sempre stato pazzo, nel senso che è regolato da dinamiche che non ci sono affatto interamente note. Con riferimento agli eventi estremi in giro per il mondo poi, il discorso è molto simile a quello fatto per quanto accaduto recentemente da noi, con la differenza che sin qui, gli studi di attribuzione hanno dato esito sostanzialmente negativo, a meno di non partire dal presupposto che più calore debba necessariamente voler dire più energia disponibile. Gli eventi atmosferici traggono certamente energia dall’ambiente, ma non sono ad essa direttamente collegati. Quello che li governa e li rende più o meno intensi è il gradiente termico, cioè le differenze di temperatura nello spazio. Ancora una volta quindi, per poter affermare che un evento sia stato più intenso di quanto naturalmente sarebbe stato, occorre dimostrare che una modifica allo stato termico globale del Pianeta, occorsa quindi a scala spaziale e temporale molto ampia, abbia determinato una modifica di quel gradiente cioè una sua intensificazione nel luogo e nello spazio in cui l’evento ha luogo, accentuandone la violenza. Non è così semplice e non è neanche così scontato. Alcuni anni fa le proiezioni indicavano che per alcune aree delle medie latitudini la neve sarebbe stata soltanto un ricordo. Non mi pare si stia andando in questa direzione e non direi che una nevicata così precoce come quella che ha colpito la east coast americana facendo forse più danni dell’uragano Irene, possa essere tanto facilmente collegata ad un’idea di mondo più caldo.
Grazie, Guido. Competenza e disponibilità al servizio degli appassionati di questa splendida scienza. Con una chicca speciale: quel clima che “non può impazzire perché è sempre stato pazzo, nel senso che è regolato da dinamiche che non ci sono affatto interamente note” nasconde tutto il fascino e la suggestione che fa unica la passione per la meteorologia e che porta l’interesse nei confronti di questa scienza a diventare, in alcuni casi, addirittura febbrile.