
“E’ possibile – spiega Giuseppe Notarbartolo di Sciara, presidente dell’istituto Tethys che si occupa di conservazione dell’ambiente marino ed in particolare dei cetacei – che le balene abbiano commesso un errore di navigazione dopo essersi trovate in una situazione difficile a causa ad esempio di mareggiate o forti correnti, ma non e’ escluso anche che un animale si sia sentito male e si sia spostato vicino alla costa per respirare, e che gli altri lo abbiano seguito dato che in questi casi prevale la volonta’ di rimanere in gruppo rispetto a quella di salvarsi individualmente. Ma non e’ escluso che i cetacei siano stati disorientati dalle attivita’ umane, quali i sonar militari o le prospezioni geofisiche“. Per orientarsi, ricorda Notarbartolo di Sciara, le balene hanno un sonar che emette un’onda acustica che ritorna sotto forma di eco, che da’ ai cetacei le informazioni su quello che sta intorno a loro. “Questo sonar, pero’ – precisa l’ecologo marino – a volte non funziona bene per cause di diverso tipo“. Lo spiaggiamento ha riguardato capodogli e globicefali, specie fortemente gregarie (come pure le pseudorche) che si muovono in gruppo e danno luogo a questi fenomeni. “Le altre specie – ricorda – spiaggiano o quando un individuo muore, o sta morendo, o ha bisogno di sostenersi e cerca il fondale“. In Italia lo spiaggiamento di massa e’ un evento rarissimo, l’ultimo risale al dicembre 2009 in Puglia, quando si arenarono 7 capodogli. Frequente, invece, quello di singoli individui: ogni anno si spiaggiano “alcune centinaia di cetacei di tutte le specie“. Quanto alla possibilita’ di salvare le balene, Notarbartolo di Sciara rileva che e’ molto bassa, tuttavia, afferma, “dipende dalle condizioni degli animali. Se sono soccorsi subito e i cetacei vengono mantenuti freschi e umidi, sollevati e non trascinati durante il trasporto, qualche salvataggio si puo’ fare“.
