I colloqui sui cambiamenti climatici Durban sono entrati in una fase cruciale che vede i delegati di piu’ alto livello (per l’Italia partecipa ai lavori il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini) dei 192 Paesi partecipanti alla Conferenza internazionale sul Clima, cercare di formulare un accordo o quanto meno di elaborare un percorso sui problemi connessi alla riduzione delle emissioni. La scorsa settimana era stata pubblicata una bozza di 130 pagine che era solo servita a marcare quanto fossero profonde le divisioni tra i partecipanti. Certamente le aspettative per quelli che sarebbero potuti essere i risultati della confenza sono state mortificate, fin dall’inizio, dalla pesante congiuntura economica e finanziaria che i Paesi piu’ sviluppati stanno attraversando, con i leader europei che faticano a trovare una via d’uscita dalla crisi del debito e gli Stati Uniti in fibrillazione in vista delle prossime elezioni presidenziali. Quello che preoccupa e’ che la crisi mondiale potrebbe fortemente ridurre non solo gli impegni dei Paesi piu’ ricchi a fornire sostegno economico e finaziario ai Paesi piu’ poveri colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico, ma anche la volonta’ politica di questi stessi Paesi ad adottare iniziative concrete per far fare progressi ai negoziati sul clima. L’Unione Europea, che ha svolto in passato un ruolo di avanguardia nella riduzione delle emissioni di gas serra, ha gia’ detto che non si estendera’ il protocollo di Kyoto senza un impegno da parte dei Paesi principali emettitori di CO2 a firmare un nuovo trattato entro il 2015, che andrebbe in vigore nel 2020. Si tratta di un arretramento evidente dalla clausola chiave della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che divide i 192 paesi in gruppi diversi per rendere l’impegno possibile e pratico. E i Paesi ricchi continuano a rifiutarsi mantenere i propri impegni per il Fondo Verde per il Clima concordato l’anno scorso al convegno di Cancun. Il fondo mira a stanziare fino a 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per aiutare le nazioni in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Una intenzione rimasta tale perche’, sostengono i delegati dei Paesi in via di sviluppo, la crisi del debito ed i budget limitati sono usati come pretesto per sospendere i finanziamenti e a minare gli sforzo globali sul cambiamento climatico, portando i colloqui di Durban “fuori strada”.