Clima: rush finale a Durban, si apre qualche spiraglio ma forse è troppo tardi

Ad un giorno dalla conclusione della XVII Conferenza dell’Onu sui Cambiamenti climatici, a Durban i negoziati sono frenetici per raggiungere un accordo sulle questioni chiave, prima fra tutte il dopo-Kyoto. E il timore e’ di finire in un nulla di fatto. Nonostante i ripetuti appelli delle piccole isole e dei Paesi piu’ vulnerabili, per i quali la minaccia del clima e’ gia’ una realta’, i grandi del mondo stentano a trovare un accordo; se l’intesa si trova, arrivera’ in dirittura d’arrivo, domani venerdi’ 9 dicembre. Qualche spiraglio pero’ si vede: rimasti isolati e accusati di voler ritardare l’accordo fino al 2020, gli Usa oggi hanno detto di appoggiare la proposta europea di una “tabella di marcia” verso un nuovo accordo sulle emissioni inquinanti. L’Ue ha annunciato di aver ottenuto l’appoggio di 90 Paesi al suo piano (quello dell’Associazione delle Piccole Isole Stato e dei Paesi Meno Sviluppati, che insieme sommano 90 Paesi). Vari i punti in discussione da 12 giorni tra le centinaia di delegati di quasi 200 Paesi. Ma il nodo cruciale e’ limitare il surriscaldamento a 2 gradi C: le proiezioni attuali, a seconda che le promesse vengano mantenute o meno, parlano di un surriscaldamento tra i 2,5 e i 5 gradi. Se non peggio: ci sono studi indipendenti secondo cui la temperatura globale del pianeta aumentera’ di 4-5 gradi se gli attuali tassi di emissione rimarranno tali (ed erano dati basati su calcoli fatti da temperature registrate sopra gli oceani, dunque piu’ fredde di quelle a terra: il che significa che il surriscaldamento prevedibile e’ ben maggiore). Uno scenario agghiacciante per le conseguenze: gli esperti dell’Ipcc ritengono che l’aumento del livello del mare potrebbe arrivare al metro entro il 2100 per effetto dello scioglimento dei ghiacci in Antartico e Groenlandia.

Il vertice deve decidere sul futuro del trattato di Kyoto, che scade nel 2012 e che finora e’ l’unico trattato che obbliga legalmente alla riduzione delle emissioni e a cui partecipano tutti i Paesi sviluppati ad eccezione degli Usa, che non l’hanno ratificato. L’Europa, che tenta di ottenere una ‘roadmap’ per il 2015 dai Paesi maggiori emettitori di C02 (Cina in testa), oggi ha ottenuto l’avallo degli Usa, che hanno anche negato di voler rimandare tutto al 2020 (scadenza che sarebbe una catastrofe, secondo le associazioni ambientaliste e gli scienziati). La Cina e’ in una situazione complicata: perfettamente consapevole che il surriscaldamento puo’ avere conseguenze molto gravi, in Cina piu’ che altrove, il governo sta facendo il possibile per lo sviluppo di carburanti piu’ puliti e dare spazio alle energie rinnovabili; ma costretto a sostenere una crescita economica prorompente (l’unico motivo di sostegno della popolazione), il governo ha bisogno di aumentare la propria produzione di energia del 7% all’anno, ricorrendo essenzialmente al carbone (altamente inquinante, ma a basso costo). Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha detto che l’Italia puo’ fare da ponte per un’alleanza strategica tra Ue e Cina, proprio per prendere nuovi impegni con l’estensione del Protocollo di Kyoto oltre il 2012.