Gli scienziati pensano che proprio nel cuore della Via Lattea dimori un grande buco nero con una massa pari a 4,3 milioni di volte quella del Sole. Questo mostro cosmico è stato denominato Sagittarius A, e la sua posizione è stata individuata sulla base di intense emissioni radio. La materia infatti in prossimità di un buco nero è in grado di rilasciare enormi quantità di luce, tra cui le onde radio. Ma a parte onde radio o modeste intensità di raggi X o ad infrarossi, Sagittarius A appare sorprendentemente debole, suggerendo che l’attività intorno ad essa è attualmente molto bassa. Questo nturalmente limita le deduzioni dei ricercatori in merito alle sue proprietà e al suo comportamento, così come per gli altri buchi neri supermassicci che si pensa che esistano in ogni galassia di grandi dimensioni. Dal 2002 gli astronomi, servendosi del Very Large Telescope (VLT) dell’ESO, hanno monitorato una nube di gas pari a tre volte la massa della Terra, che si muove a oltre 8,4 milioni di Km/h in linea retta verso Sagittarius A.
La nube è cresciuta ininterrottamente in quanto si avvicina verso la zona di accrescimento del buco nero, la regione in cui la materia comincia il suo percorso finale. I cambiamenti della nube si notano a distanza di pochi anni, ma l’evento in futuro diverrà sempre più drammatico; la nube infatti sta accelerando rapidamente verso il massiccio buco nero. Il monitoraggio del comportamento di questa nube dovrebbe aiutare a far luce su una serie di misteri che circondano il buco nero centrale della Via Lattea, come ad esempio i processi di alimentazione dell’oggetto. La nube dovrebbe raggiungere il buco nero nel 2012 o al massimo nel 2013. La nube cadrà nel suo interno, le emissioni di raggi X diverranno sempre più intense e ci dovrebbe essere una “fiammata” gigantesca di radiazioni nell’arco di pochi anni. Probabilmente i primi strumenti ad osservare la violenza della manifestazione saranno i satelliti a raggi X, anche se in seguito Sagittarius A dovrebbe presentarsi in tutte le lunghezze d’onda. Gli scienziati hanno mostrato questo contributo sulla rivista Nature.
