Lo aveva gia’ rilevato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini nella sua informativa di eri alla Camera: “il danno ambientale ai fondali del Giglio, aveva detto il ministro riferendosi al naufragio della nave Costa Concordia, c’e’ gia’ stato“. Oggi scendono in campo anche le associazioni ambientaliste, ”al Giglio i fondali sono ancora ricchissimi di Cystoseire, Posidonie, Gorgonie, Spugne, Molluschi, Crostacei, Celenterati, che sono rimasti schiacciati assieme a miriadi di altri organismi dalle 114 mila tonnellate della Costa Concordia” – spiega Francesco Cinelli, esponente del comitato tecnico di Marevivo e docente di Ecologia all’Universita’ di Pisa, ricordando anche come il relitto della nave stia “togliendo la luce a tutte le piante del fondale. Nella zona circostante e’ presente una prateria di Posidonia, una delle piu’ preziose dell’arcipelago toscano dopo quella di Pianosa e dell’Africhella”. “Oltre alla bomba ecologica – continua Cinelli – costituita dalle migliaia di litri di carburante che, in queste ore, gli olandesi della Smit stanno provando a disinnescare, provate ad immaginare cosa significhi, in termini di dispersione in mare, l’inabissamento di un Comune di oltre 4.000 abitanti: la ‘Costa Concordia’ si sta portando a fondo tutto il suo carico di rifiuti – dai detersivi agli oli alle vernici ai prodotti di clorazione delle piscine, ai metalli di vario ordine e grado – che cominceranno a degradarsi e a diffondere nell’acqua circostante tutte le proprie componenti nocive. E, di conseguenza, a mettere a rischio la ricchezza di biodiversita’, che non dobbiamo mai dimenticare essere alla base della nostra stessa sopravvivenza sulla Terra“. “La zona come tutti sanno e’ presidiata e non siamo ancora riusciti ad avere l’autorizzazione per poter fare un sopralluogo – dice Alessandro Giannì, responsabile mare per Greenpeace Italia – sicuramente un danno ai fondali c’e’ gia’ stato ma bisognera’ aspettare per poter avere un quadro esatto“. “Quello che anche ci preoccupa – continua l’esponente di Greenpeace – e’ la quantita’ di materiale che puo’ essere gia’ fuoriuscito dalla nave e che puo’ essersi depositato sul fondo. A duecento metri di distanza dal relitto c’e’ “Cala Cupa” un’area che abbiamo recentemente bonificato e che adesso non sappiamo in che condizioni possa trovarsi“. “L’importante – conclude Giannì –, e’ che si possa togliere il relitto da li’ tutto intero, riportando la nave in condizioni di gallegiabilita’. Se si dovesse infatti tagliare a pezzi allora il rischio di fuoriuscita di altri materiali pericolosi sarebbe molto piu’ alto“.
