Il risveglio dei vulcani, un fenomeno imprevedibile

Credit: Stephen Alvarez

Quattro secoli di sonno non sono molti per un vulcano. Tanto tempo ha dormito il Sinabung indonesiano, che si è risvegliato l’anno scorso; ma altri colleghi di anni ne hanno dormito addirittura migliaia, prima di darsi qualche scrollata e poi destarsi del tutto.

Non c’è modo di prevedere quando il dormiente si sveglierà: l’unica cosa che si possa fare è stare attenti ai sintomi premonitori, come microscosse ed emissioni di gas, il cui intensificarsi può (anzi potrebbe) indicare un’imminente eruzione. In Italia, a tale sorveglianza è sottoposto il Vesuvio, che non dà segni di vita da decenni, e potrebbe riservarci qualche sorpresa. Il cratere del Sinabung proietta nel cielo colonne di fumo e cenere, e decine di migliaia di persone sono state allontanate della loro case per misura prudenziale. Poiché l’ultima attività nota risale al diciassettesimo secolo, gli scienziati non sanno quali caratteristiche potrà avere un’eventuale eruzione: se si limiterà a emettere colate di lava, o lancerà all’intorno nubi di ceneri incandescenti e tossiche, o esploderà come una gigantesca bomba, oppure farà tutte queste cose in successione.

Simili comportamenti sono stati accertati in passato nei grandi vulcani, e hanno provocato tragedie talvolta di enormi proporzioni. Non sappiamo esattamente quanti siano i vulcani attivi presenti sul globo. Quelli che si trovano su terre emerse sono circa cinquecento, ma non conosciamo con precisione quanti siano quelli attivi subacquei. I vulcani sono in genere concentrati nelle zone in cui entrano in contatto le placche in cui è suddivisa la crosta terrestre. L’area del mondo che ne è più ricca si trova nell’Oceano Pacifico e viene chiamata “anello di fuoco”. Il Sinabung ne fa parte, e questo non tranquillizza gli scienziati, visti i precedenti.

Concentrazioni di vulcani si trovano nel Mediterraneo e in particolare in Italia (il paese più vulcanico d’Europa), dove ai margini del ì Tirreno e dello Ionio si trovano cinque sone vulcaniche attive: il Vesuvio a sud di Napoli; i Campi Flegrei a nord di Napoli, l’Etna a nord di Catania, lo Stromboli nella più settentrionale delle isole Eolie; Vulcano nella la più meridionale delle Eolie. C’è chi lega la serie di episodi di vulcanismo registrati sul globo negli ultimi tempi (ricordiamo il vulcano islandese che mesi fa bloccò i voli di mezza Europa) con il cambiamento climatico.

Secondo diverse relazioni presentate nei convegni dedicati al mutamento del clima sulla terra, fenomeni come lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai sta cambiando la pressione esercitata sulla crosta terrestre, e questo rende più attive le sacche di gas sotterraneo che trovano sfogo con terremoti e attività vulcaniche: due fenomeni che, secondo le statistiche, sono entrambi in aumento. Per ora si tratta di ipotesi, ma comincia ad accumularsi una documentazione abbastanza consistente. Comunque sia, il vulcanismo, per quanto possa apparire strano, è un fenomeno cruciale per la vita sulla Terra, perché è grazie alle emissioni vulcaniche che si è sviluppata un’atmosfera e una crosta terrestre abitabile: altrimenti, il nostro mondo sarebbe un deserto arido e gelato, come la Luna.
Ma l’attività vulcanica di oggi è infinitesimale rispetto a quella, intensissima, dei primordi del nostro pianeta.

In epoche storiche l’eruzione più famosa è certo quella che distrusse Pompei ed Ercolano, se non altro perché ci ha trasmesso pressoché intatte testimonianze straordinarie della civiltà romana.

Famosa anche l’eruzione che sull’isola mediterranea di Santorini nell’arcipelago delle Cicladi, intorno al 1650 avanti Cristo annientò completamente la cultura che l’abitava. Secondo molti, la catastrofe fu all’origine della leggenda di Atlantide.

In epoche più recenti, celebre è l’esplosione del vulcano Krakatoa in Indonesia (1883), una delle maggiori catastrofe di questo tipo verificatasi negli ultimi secoli.

Ecco una scheda delle più disastrose manifestazioni di vulcanismo mai registrate.

  • 79 d.C. Vesuvio, Italia: 3.400 vittime
  • 1586. Kelut, Indonesia: 10.000 vittime
  • 1783. Lakagigar, Islanda: 9.000 vittime
  • 1792. Unzen, Giappone: 15.000 vittime
  • 1815. Tambora, Indonesia: 92.000 vittime
  • 1883. Krakatoa, Indonesia: 36.000 vittime
  • 1902. Monte Pelee, Martinica: 30.000 vittime
  • 1912. Novarupta, Alaska: eruttati 20 chilometri cubi di materiale
  • 1980. Monte St. Helen, Washington: devastati 600 chilometri quadrati di territorio
  • 1983. Kilauea, Hawaii: la lava coprì 80 chilometri quadrati di territorio
  • 1984. Nevado del Ruiz, Columbia: più di 20,000 vittime
  • 1991. Monte Pinatubo, Filippine: più di 300 vittime.