Alluvione di Sarno e Quindici: 14 anni dopo, in memoria dei 160 morti sotto il fiume di fango

Un fiume di fango e detriti che non risparmio’ case, strade, ospedali e scuole. Quattordici anni fa, il 5 maggio del 1998, smottamenti e frane dal Pizzo d’Alvano, massiccio tra le province di Salerno e Avellino, scesero a valle travolgendo i paesi di Bracigliano, Quindici, Siano, San Felice a Cancello e Sarno: qui si registro’ il bilancio piu’ pesante, 137 vittime delle 160 che in totale persero la vita in quei pochi minuti. Intere frazioni furono seppellite dal fango, come Episcopio, soprannominata malinconicamente la Pompei del Duemila, dove i detriti raggiunsero anche i sette metri di altezza, senza lasciare scampo a chi viveva nei piani bassi delle palazzine affacciate su strade strette e impraticabili. A Episcopio si trovava Villa Malta, ospedale che alle 23:31 del 5 maggio fu sorpreso dalla colata di fango: furono in sei, tra medici a infermieri, a perdere la vita sul posto di lavoro, dove rimasero nonostante ormai fosse stato lanciato l’allarme. Oggi, nel centro di Sarno, c’e’ una nuova struttura intitolata ai ‘Martiri di Villa Malta’. Tante furono le polemiche che si scatenarono nei giorni e nei mesi seguenti.

Sul ritardo con il quale fu lanciato l’allarme e sulla ‘condotta omissiva’ dell’allora sindaco Gerardo Basile e dell’ex assessore comunale Ferdinando Crescenzi, che in una lunga vicenda giudiziaria hanno dovuto difendersi dall’accusa di non aver ordinato l’evacuazione delle abitazioni. Dopo una prima assoluzione nel 2008, la Corte d’Appello di Napoli ha condannato Basile a cinque anni e all’interdizione perpetua ai pubblici uffici, pochi mesi fa. Per Francesco Peduto, presidente dell’Ordine dei geologi della Campania, al di la’ delle responsabilita’ istituzionali l’alluvione di Sarno fu “una tragica concomitanza di fattori“. “Il periodo abbastanza lungo di forti piogge – spiega all’ADNKRONOS – capito’ in un periodo dell’anno, quello primaverile, in cui i terreni erano piu’ fragili e soggetti a movimento, avendo gia’ assorbito acqua durante la stagione autunnale e invernale. Tra l’alto, in quella zona, questo tipo di frane c’e’ sempre stato. Nel caso di Sarno, purtroppo, a differenza delle frane precedenti il fango si abbatte’ su un’area fortemente antropizzata“.

 Poco tempo prima sul tratto dell’autostrada A3 all’altezza di Nocera Inferiore una frana di minore entita’ travolse alcune auto in transito, causando un morto. Il 10 gennaio 1997 un analogo episodio aveva interessato Pozzano, localita’ nel comune di Castellammare di Stabia. Tutti campanelli d’allarme che evidenziarono l’instabilita’ dell’assetto idrogeologico dell’area, ma poco o nulla fu fatto. Eppure, sottolinea Peduto, “gli studi effettuati hanno dimostrato che su questi versanti ci sono molte colate sovrapposte, a testimonianza del fatto che sono fenomeni avvenuti e che continuano ad avvenire“.

Dall’alluvione di Sarno in poi pero’, spiega il presidente dei geologi campani, “molto e’ stato fatto. Quell’avvenimento ha dato un’accelerazione alla predisposizione dei piani da parte delle autorita’ di bacino, che fino a quel momento procedevano lentamente. E’ stata messa a punto una pianificazione e uno studio dei fenomeni franosi ed e’ stato dato impulso a mettere in campo misure materiali per contrastare le frane“. Da quell’esperienza, sottolinea Peduto, “e’ nata l’esperienza fondamentale del presidio territoriale, che negli anni successivi abbiamo indicato come misura fondamentale per minimizzare gli eventi ed evitare altre vittime“.

Peduto definisce i presidi territoriali “una sorta di ‘Protezione civile in tempi di pace’. E’ un’esperienza fondamentale anche dal punto di vista scientifico, ripresa da grandi universita’ mondiali e imitata in altre regioni come in Calabria e Sicilia. Si tratta di un monitoraggio continuo del territorio da parte di professionisti esperti in materia di difesa del suolo, geologi e ingegneri civili su tutti, che segnalano l’esistenza di pericoli lungo un versante o il pericolo rappresentato dal materiale che si accumula sotto la luce di un ponte. Tutte situazioni alle quali, se apprese in tempo, si puo’ porre un rimedio“.

Uno scenario che, per Peduto, “e’ quello che e’ costantemente mancato e che noi, come Ordine dei geologi, abbiamo costantemente invocato soprattutto quando si tagliavano sempre piu’ fondi per interventi strutturali che avrebbero portato al consolidamenti dei versanti“. Spinti dagli avvenimenti dell’ultimo anno in Liguria e in Toscana, i geologi e Legambiente Campania hanno firmato un protocollo d’intesa per promuovere in sinergia l’attuazione delle attivita’ e gli interventi necessari a salvaguardare l’incolumita’ dei cittadini campani che vivono in aree ad alta criticita’ idrogeologica. Informazione, formazione, sensibilizzazione, supporto e accompagnamento da svolgersi in favore degli enti locali, dei gruppi di protezione civile, dei cittadini. Un’azione necessaria, conclude Peduto, “considerata l’elevata propensione al dissesto idrogeologico del nostro territorio e il ritardo che ancora scontano le istituzioni nella messa a regime di reali sistemi di protezione civile locale“.