In Italia ci sono sempre meno miniere: ne sono rimaste solo 60/80 attive

MeteoWeb

Costi elevati, concessioni troppo brevi, problemi di sicurezza. E le miniere in Italia vanno scomparendo. Ormai, si contano appena sessanta/ottanta siti attivi. “Il processo e’ in declino ma i tempi sono lunghi”, spiega all’Adnkronos Marco Sertorio, presidente di Assomineraria e uno tra i maggiori esperti italiani nel campo minerario. Negli ultimi anni, osserva, “poche miniere sono state chiuse e pochissime sono state aperte, sono attivita’ che vanno spegnendosi, ma lentamente”. Anche le statistiche sembrano in fase di dismissione. Da quando la competenza e’ passata alle Regioni, “molte sono andate perse ed e’ difficile risalire ad un numero esatto” delle miniere attive, spiega Sertorio. Il dato certo e’ che ormai quella estrattiva e’ un’industria in pieno affanno. Basti pensare che c’e’ una sola miniera di carbone rimasta, quella della Carbosulcis in Sardegna. A pesare sono ragioni economiche e anche giuridiche, normative. Avviare un’attivita’ ha costi elevati e poi c’e’ il problema delle concessioni che, dal 1998, durano cinque anni e sono rinnovabili per altri cinque, mentre prima duravano anche venticinque anni. In Italia, dunque, i metalli non si estraggono piu’, o quasi. Ma il settore mantiene comunque un suo peso strategico, sia a livello nazionale che internazionale, con i minerali destinati all’uso industriale. I piu’ importanti sono il talco e il salgemma ma ci sono anche il feldespato e il caolino, destinati alla produzione di ceramiche di pregio.

Le regioni piu’ ricche di miniere restano la Sicilia e la Sardegna, ma le attivita’ estrattive proseguono anche in Piemonte, Lombardia, Toscana e Val d’Aosta. A portarle avanti sono societa’ italiane e non solo, come la multinazionale belga Solvay, impegnata in Toscana nell’estrazione del salgemma, il cosiddetto “oro bianco”. Il talco, usato a fini farmaceutici ed estetici resta “il minerale di pregio e il maggior prodotto esportato dall’Italia”, spiega Sertorio. “Ci sono societa’ italiane che operano in Sardegna, Lombardia e poi gli inglesi nel torinese, dove in parte il sito e’ stato chiuso e la comunita’ montana ne ha ricavato un museo a spese proprie”. E il tema della riconversione delle miniere dismesse e’ diventato oggetto di una legge regionale in Val d’Aosta, di cui lo stesso Sertorio e’ stato promotore nel 2008. “L’attivita’ di estrazione della regione e’ terminata verso la meta’ degli anni cinquanta e due anni fa e’ avvenuta l’ultima chiusura”, racconta il presidente di Assomineraria.

Grazie alla nuova normativa che individua i siti dismessi in Val d’Aosta “sono stati possibili investimenti sia per la messa in sicurezza che per la realizzazione di un museo all’interno del parco nazionale del Gran Paradiso”. Quello della sicurezza resta uno dei temi piu’ scottanti quando si parla di miniere, e non solo per quelle ancora in attivita’. “Nella migliore delle ipotesi, una societa’ che decide di lasciare una miniera si limita a murare con il cemento armato gli ingressi, ma spesso i siti versano in uno stato di abbandono”, denuncia ancora il presidente di Assomineraria. E i pericoli non sono pochi. Molti sono infatti i curiosi che si addentrano nei giacimenti dismessi. Altri vanno in cerca di pietre preziose, i cosiddetti ‘granati’, ma nessuno calcola i rischi di frana. Per questo quella valdaostana rappresenta non solo una realta’ sui generis, ma un vero e proprio modello culturale che anche le altre regioni dovrebbero seguire.