Allarme siccità in Europa: l’11% della popolazione dell’Ue ha “carenza idrica”, ma il clima non c’entra

L’acqua dolce oggi accessibile al consumo dell’uomo e’ inferiore all’1% della disponibilita’ idrica a livello mondiale, e sebbene l’Europa non sia considerato un continente arido, le sue risorse idriche sono sottoposte a forti pressioni. Quasi meta’ della popolazione europea vive in Paesi caratterizzati da stress idrico, il 20% delle acque superficiali e’ gravemente a rischio inquinamento, il 60% delle citta’ abusa delle acque sotterranee e il 50% delle zone umide e’ a rischio, mentre la domanda di acqua continua a crescere. Dal 1985, la percentuale di terreno irriguo nell’Europa meridionale e’ aumentata del 20% e in uno scenario di situazione invariata i consumi di cittadini, industria e agricoltura potrebbero aumentare del 16% entro il 2030. La carenza idrica riguarda almeno l’11% della popolazione europea e il 17% del territorio, mentre dal 1980 il numero dei casi di siccita’ e’ aumentato, con costi stimati in 100 miliardi di euro negli ultimi trent’anni: tra il 1976 e il 2006, il numero di aree e abitanti colpiti da siccita’ e’ salito circa del 20%. Il quadro, insomma, non e’ dei piu’ rosei, e a contribuire e’ lo spreco che in Europa ‘brucia’ tra il 20 e il 40% delle risorse idriche tra perdite nelle reti idriche e dai rubinetti, man­canza di impianti per il risparmio dell’acqua, irrigazione eccessiva e inutile. Di questi numeri si discute nel corso della Green Week, dodicesima edizione della conferenza sulla politica ambientale europea (22-25 maggio). Con lo slogan “Every Drop Counts”, la conferenza chiama a raccolta a Bruxelles rappresentanti dei governi, del mondo dell’industria e delle universita’, organizzazioni non governative che parteciperanno alle oltre 40 sessioni.
Nel 2000, l’Ue ha adottato la direttiva quadro sulle acque che prevede un obbligo giuridico alla protezione e al ripristino della qualita’ delle risorse idriche in Europa, indicando il 2015 come l’anno entro il quale raggiungere un “buono stato ecologico e chimico” (cioe’ con bassi livelli di inquinamento chimico e buona salute degli ecosistemi acquatici). Entro il 2012 gli Stati membri sono tenuti a garantire che i programmi di misure siano operativi, mentre il secondo ciclo di piani di gestione deve essere predisposto entro il 2015, accompagnato dai primi piani di gestione del rischio da inondazione degli Stati membri. Al di la’ dello stato ecologico e chimico, e’ pero’ necessario agire sugli sprechi, che con una maggiore attenzione potrebbero ridursi quasi del 40%. Ecco come: nei settori agricolo e industriale si puo’ ottenere un risparmio fino al 40% grazie a nuove tecnologie, migliore gestione delle pratiche di irrigazione, colture resistenti alla siccita’ e sistemi di riciclo dell’acqua; agendo sulle perdite delle reti pubbliche di approvvigionamento si puo’ risparmiare fino al 50%; estendendo la direttiva sulla progettazione ecocompatibile ai dispositivi che consentono il risparmio dell’acqua, il consumo scenderebbe del 19,6%.
Si puo’ agire, anche livello individuale, visto che circa un terzo dell’acqua per uso domestico finisce, letteralmente, nello scarico. A partire dall’utilizzo del getto ridotto, la doccia al posto della vasca da bagno, non lasciar scorrere l’acqua quando si lavano i denti, non riempire completamente il bollitore ma immettervi solo la quantita’ di acqua necessaria, utilizzare il ciclo economico di lavatrice e lavastoviglie (e solo a pieno carico). Raccogliere l’acqua piovana per innaffiare e lavare l’auto fa risparmiare fino al 50% di acqua. In un quadro globale, per il secolo in corso gli scienziati prevedono una riduzione dell’accesso all’acqua potabile a causa di scioglimento dei ghiacciai e aumento della siccita’. Ma l’acqua, oltre all’approvvigionamento, svolge anche un importante compito di regolazione del clima: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, in tutto il mondo le zone umide forniscono ‘servizi’ di depurazione delle acque e assorbimento di carbonio, il cui valore potrebbe aggirarsi intorno a 2,5 miliardi di euro l’anno.