
Che cosa nascondono questi sedimenti fluviali e marini recenti? L’intensa esplorazione petrolifera eseguita con metodi indiretti (metodi geofisici) e diretti (tramite perforazioni) nei decenni passati dall’AGIP ci ha permesso di conoscere con un certo dettaglio la natura delle rocce e le strutture presenti nel sottosuolo padano fino a svariati chilometri di profondità .
Sono proprio i movimenti compressivi delle strutture (pieghe e faglie) sepolte di questa porzione dell’Appennino a generare i terremoti in pianura. Questi terremoti indicano che la porzione frontale, nordorientale della catena appenninica sepolta è tuttora in evoluzione, ossia che le pieghe e le faglie inverse che la caratterizzano sono attive. Queste strutture a pieghe e faglie inverse (Figg. 2 e 3), situate nel sottosuolo tra la pianura modenese e Ferrara, note come pieghe ferraresi (Fig.4) (note in passato come “Dorsale ferrarese”), attivandosi (muovendosi) hanno generato il terremoto del 20 maggio. Il fatto che il movimento sia avvenuto a circa 6 km di profondità, e quindi abbastanza vicino alla superficie, ha portato a trasferire buona parte dell’energia sismica (magnitudo 6 della scala Richter) ai manufatti costruiti in superficie, generando numerosi danni. La distribuzione in pianta degli epicentri e le profondità ipocentrali (profondità a cui è avvenuto ogni singolo terremoto), così come si desume dai dati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), implicano probabilmente che non una singola faglia, ma più faglie inverse si siano riattivate in corrispondenza della porzione frontale dell’Appennino sepolto, ossia in corrispondenza delle pieghe ferraresi.
- (A cura di Giuseppe Bettelli, Stefano Conti, Filippo Panini, Giovanni Tosatti del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Modena e Reggio Emilia )
