Terremoto: addio alle torri simbolo dell’Emilia, 1.000 anni di storia in polvere

MeteoWeb

Una terra che non sara’ piu’ la stessa e che, con il crollo di torri e campanili che ne caratterizzano il paesaggio, potrebbe perdere la sua identita’ storica. I paesi emiliani feriti dal terremoto, che continua a colpire e devastare, perdono i loro simboli: Nell’intera Emilia Romagna vi sono ben 573 fra torri singole, castelli e opere di fortificazione in generale. Una ‘foresta’ cresciuta nei secoli, dal medioevo alla stagione dei comuni, in funzione militare e identitaria, che tocca il suo culmine numerico nel Piacentino con 143 strutture. Quanto ai campanili, la regione ecclesiastica dell’Emilia Romagna conta 2.691 parrocchie, quindi almeno altrettanti campanili. Proprio su torri e campanili, in generale su edifici storici e chiese, si e’ accanito il terremoto, con danni che sono ancora in corso di quantificazione. Sul rischio che la modifica dell’identita’ paesaggistica emiliana sia permanente, sugli interventi da compiere, l’Adnkronos ha messo a confronto Margherita Guccione, direttore del Maxxi Architettura, il critico d’arte Philippe Daverio e l’architetto Paolo Desideri, che ha firmato il progetto per la nuova stazione di Roma Tiburtina. “Di fronte a ferite cosi’ forti del paesaggio -afferma Guccionel’Emilia non sara’ piu’ come una volta. Gli interventi post-sismici stravolgeranno il territorio. Ci sara’ una trasformazione del paesaggio. E’ per questo e’ importante che simboli, come appunto le torri, restino i segnali di una storia urbana“. D’altra parte, la lezione che arriva dalle regioni dove si sono verificati in passato, eventi sismici insegna che la realta’ italiana e’ mutata radicalmente. “Basta guardare il paesaggio dell’Irpinia e dell’Umbria. L’Italia e’ costellata di problemi di questo genere“. I paesi emiliani che ancora tremano “non ci saranno piu‘”, per come erano prima delle scosse. Per Guccione e’ in atto “un altro triste episodio di una storia che modifica il territorio. Quella terra non ci sara’ piu‘”.

Il direttore del Maxxi Architettura punta sul recupero dei luoghi feriti senza violarne lo spirito: “Bisogna ridare senso alla vita di una comunita’. L’esperienza mi fa propendere -osserva- verso l’attenzione nei confronti del comune sentire di una collettivita’ duramente colpita. E’ necessario dare la priorita’ a questo atteggiamento che, nel passato, ha portato alla formula ‘dove era come era‘”. Da esperto di recupero architettonico, Guccione sottolinea come questo tipo di intervento “ha dato un senso piu’ forte alla ricostruzione. Non e’ il caso di costruire con segni contemporanei, perche’ e’ prevalente il sentire della comunita’ ferita“. Della necessita’ di restituire “la linea d’orizzonte che esisteva gia’ prima” recuperando il paesaggio ferito, parla anche Philippe Daverio: “A mio avviso -spiega- in questo momento bisogna dimostrare una muscolatura che al Paese e’ mancata a lungo, immaginando di essere come nel Settecento. Ovvero ricostruendo meglio. E utilizzando questa catastrofe per ripensare queste citta‘”. Nel Settecento, ricorda Daverio, si costruiva “in stile settecentesco. Forse e’ venuto il momento di smetterla di avere paura di dialogare con il passato“. In altri termini, ricostruendo una torre “non esattamente com’era, ma magari diversa. Oppure con la stessa sagoma ma con materiali diversi“. La morale per il Daverio e’ chiara: “Dobbiamo avere il coraggio di affrontare il tema della mutazione dell’eredita’. Un dibattito complicatissimo. Forse, pero’, e’ giunto il momento di affrontarlo“. Si potrebbe realizzare in Emilia “un laboratorio di idee, anche perche’ l’Italia, che un secolo fa era uno dei Paesi piu’ belli del mondo, ora e’ diventato uno dei piu’ brutti, se paragonato agli altri Stati europei“.

Questo e’ il momento, per Daverio, “nel quale lo slogan che noi abbiamo lanciato, ‘Save Italy’, diventi importante. Perche’ l’Emilia e’ una delle tante culle dell’Occidente. Sarebbe intelligente immaginare un contributo internazionale alla sorti dell’Italia“. Ma Daverio si spinge anche oltre: “Vorrei che nel 2015 si facesse un Expo dell’Italia. Senza costruire dei capannoni che verranno demoliti, ma facendo un Expo diffuso, capace di mostrare le ricchezze italiane“. Quanto poi alle ricostruzioni del passato, Daverio vede soltanto due casi fortunati: quelli di Tuscania e del Friuli, “diventati dei presidi di estetica territoriale“. Il futuro dell’Emilia, insomma, diventa un ambito di ampio e diffuso dibattito. E gli esperti si orientano su posizioni opposte. Con un unico punto di contatto: Le ‘vecchie’ contrade emiliane hanno perso i loro simboli. Il terremoto ha impresso una forte accelerazione “nella trasformazione del territorio“, spiega l’architetto Paolo Desideri, “una trasformazione incessante che non puo’ essere congelata. Il territorio si e’ sempre modificato. Il nostro compito e’ quello di interpretare il territorio e portarlo avanti“. L’evento terremoto “mette a nudo la necessita’ di una riflessione dell’opportunita’ di trasformazione del territorio. Ci saranno alcuni manufatti che verra’ la pena ricostruire e altri no“. L’importante, al di la’ delle torri, e’ “assicurare qualita’ ai territori. L’eccellenza italiana non e’ solo relativa alla conservazione, ma anche all’interpretazione dei contesti“. Quale la sorte allora per le terre offese e prive dei loro campanili? “Non esiste in assoluto -conclude Desideriuna propensione tutta nella direzione del restauro o tutta nella direzione dell’abolizione. Il terremoto ci impone di valutare le questioni caso per caso“, guardando, cioe’, al “singolo territorio e del significato che ha capendo cosi’ l’opportunita’ e il senso di un intervento “.