
Il direttore del Maxxi Architettura punta sul recupero dei luoghi feriti senza violarne lo spirito: “Bisogna ridare senso alla vita di una comunita’. L’esperienza mi fa propendere -osserva- verso l’attenzione nei confronti del comune sentire di una collettivita’ duramente colpita. E’ necessario dare la priorita’ a questo atteggiamento che, nel passato, ha portato alla formula ‘dove era come era‘”. Da esperto di recupero architettonico, Guccione sottolinea come questo tipo di intervento “ha dato un senso piu’ forte alla ricostruzione. Non e’ il caso di costruire con segni contemporanei, perche’ e’ prevalente il sentire della comunita’ ferita“. Della necessita’ di restituire “la linea d’orizzonte che esisteva gia’ prima” recuperando il paesaggio ferito, parla anche Philippe Daverio: “A mio avviso -spiega- in questo momento bisogna dimostrare una muscolatura che al Paese e’ mancata a lungo, immaginando di essere come nel Settecento. Ovvero ricostruendo meglio. E utilizzando questa catastrofe per ripensare queste citta‘”. Nel Settecento, ricorda Daverio, si costruiva “in stile settecentesco. Forse e’ venuto il momento di smetterla di avere paura di dialogare con il passato“. In altri termini, ricostruendo una torre “non esattamente com’era, ma magari diversa. Oppure con la stessa sagoma ma con materiali diversi“. La morale per il Daverio e’ chiara: “Dobbiamo avere il coraggio di affrontare il tema della mutazione dell’eredita’. Un dibattito complicatissimo. Forse, pero’, e’ giunto il momento di affrontarlo“. Si potrebbe realizzare in Emilia “un laboratorio di idee, anche perche’ l’Italia, che un secolo fa era uno dei Paesi piu’ belli del mondo, ora e’ diventato uno dei piu’ brutti, se paragonato agli altri Stati europei“.
Questo e’ il momento, per Daverio, “nel quale lo slogan che noi abbiamo lanciato, ‘Save Italy’, diventi importante. Perche’ l’Emilia e’ una delle tante culle dell’Occidente. Sarebbe intelligente immaginare un contributo internazionale alla sorti dell’Italia“. Ma Daverio si spinge anche oltre: “Vorrei che nel 2015 si facesse un Expo dell’Italia. Senza costruire dei capannoni che verranno demoliti, ma facendo un Expo diffuso, capace di mostrare le ricchezze italiane“. Quanto poi alle ricostruzioni del passato, Daverio vede soltanto due casi fortunati: quelli di Tuscania e del Friuli, “diventati dei presidi di estetica territoriale“. Il futuro dell’Emilia, insomma, diventa un ambito di ampio e diffuso dibattito. E gli esperti si orientano su posizioni opposte. Con un unico punto di contatto: Le ‘vecchie’ contrade emiliane hanno perso i loro simboli. Il terremoto ha impresso una forte accelerazione “nella trasformazione del territorio“, spiega l’architetto Paolo Desideri, “una trasformazione incessante che non puo’ essere congelata. Il territorio si e’ sempre modificato. Il nostro compito e’ quello di interpretare il territorio e portarlo avanti“. L’evento terremoto “mette a nudo la necessita’ di una riflessione dell’opportunita’ di trasformazione del territorio. Ci saranno alcuni manufatti che verra’ la pena ricostruire e altri no“. L’importante, al di la’ delle torri, e’ “assicurare qualita’ ai territori. L’eccellenza italiana non e’ solo relativa alla conservazione, ma anche all’interpretazione dei contesti“. Quale la sorte allora per le terre offese e prive dei loro campanili? “Non esiste in assoluto -conclude Desideri– una propensione tutta nella direzione del restauro o tutta nella direzione dell’abolizione. Il terremoto ci impone di valutare le questioni caso per caso“, guardando, cioe’, al “singolo territorio e del significato che ha capendo cosi’ l’opportunita’ e il senso di un intervento “.
