
”In una piccola popolazione, una singola mutazione puo’ avere un grande effetto, un allele raro puo’ arrivare ad alta frequenza – spiega David Caramelli, associato di Antropologia – La sopravvivenza di una specie puo’ essere stata legata all’eliminazione delle proteine target colpite dagli agenti patogeni.” I ricercatori hanno studiato le tracce molecolari legate ai geni Siglec, ipotizzando che i predecessori dell’uomo moderno si siano trovati alle prese con una enorme minaccia legata a un agente patogeno tra 100.000 e 200.000 anni fa. ”I dati genetici – spiega ancora Caramelli – suggeriscono che i due geni ‘si spensero’ in alcuni individui fra i 440.000 e i 270.000 anni fa, prima che gli esseri umani moderni si separassero dai nostri ‘cugini’ Neandertaliani e Denisoviani. Ma ci volle molto tempo perche’ gli effetti si diffondessero all’intera popolazione umana.” Le analisi genetiche sono state effettuate su un resto di Uomo di Neandertal – MLS 3- rinvenuto nel sito di Riparo Mezzena, sui Monti Lessini veronesi. Il neandertal di Mezzena e’ gia’ famoso per la scienza: grazie al Dna di questo fossile umano conosciamo gli aspetti fenotipici: capelli rossi e occhi chiari. ”L’attuale ricerca conferma quanto sia significativa l’interazione tra scienze dure e archeologia anche per la comprensione di aspetti relativi all’uomo moderno” dice l’archeologa Laura Longo. ”Le cause della drastica riduzione della popolazione furono il risultato dell’interazione di numerosi fattori – commenta Caramelli – ma grazie alle evidenze del nostro studio, ritengo che in quel lungo periodo di tempo, i nostri antenati siano stati decimati dalle infezioni. Solo quelli con particolari mutazioni genetiche sopravvissero, facendo emergere la popolazione di uomini anatomicamente moderni”.