Per caratteristiche geologico-strutturali, geomorfologiche, climatiche e sismiche, molti Paesi del Bacino del Mediterraneo, e in particolare l’Italia, sono soggetti a dissesto idrogeologico. Fra i rischi naturali, un posto di primaria importanza spetta alle frane, a volte responsabili di vere e proprie catastrofi con gravi perdite di vite umane e significativi danni a centri urbani, alle infrastrutture e all’economia di un paese. In Italia, le frane, spesso di grandi dimensioni e con significative velocita’, sono diffuse e ricorrenti. “Recenti censimenti hanno evidenziato che sono circa 485.000 le frane presenti sul territorio italiano, mentre i Comuni interessati dal fenomeno sono ben 5.700, pari al 70% del totale dei centri urbani italiani. Dal XV secolo ai giorni nostri le vittime accertate a causa di fenomeni franosi sono ben oltre 10.000 e la sola frana del Vajont ne ha provocate oltre 1900“, spiega Francesco Sdao, ricercatore associato presso l’Istituto di Metodologie per l’Analisi Ambientale (Imaa) del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Fondamentale, un piano di monitoraggio che consentirebbe “di comprendere i caratteri geomorfologici e cinematici del fenomeno sotto osservazione, di modellare e di interpretare correttamente la sua evoluzione e le relazioni fra spostamenti e cause determinanti e di individuare misure ed interventi di tutela dei beni e delle persone“, aggiunge. Ad oggi sono state ideate e perfezionate numerose tecniche di monitoraggio a vario grado di affidabilita’ e complessita’: si passa da tecniche di monitoraggio tradizionali fondate sulla misurazione di spostamenti con strumentazioni basate a terra al telerilevamento. Un piano di monitoraggio davvero utile dovrebbe integrare tecniche tradizionali ed innovative.
