La “Death Valley”, uno dei punti più caldi e “bollenti” del pianeta, ormai si è definitivamente “infuocata”, tanto da stabilire l’attuale temperatura massima più alta registrata sul pianeta dall’inizio del 2012. Dopo i +52.2° di inizio settimana la “Death Valley” l’altro ieri è riuscita a superare se stessa, migliorando ulteriormente l’attuale record mondiale di caldo per il 2012 con un notevolissimo picco di +53.3°, un valore a dir poco estremo, ma non record per la località che detiene tuttora il primato di caldo mondiale di ben +53.9° (quasi +54°) registrato in varie occasioni, fra il Luglio del 1960 e il Luglio del 2005. Sulla Terra finora non si è mai registrato un simile valore con una strumentazione che si possa ritenere adeguata, rispettando tutte quelle che sono le norme WMO. Registrando una temperatura massima di ben +53.3°, lo scorso mercoledì 11 Luglio, è stata in grado di bruciare il primato della temperatura più alta registrata sulla Terra dall’inizio dell’anno, mantenuto fin dalla scorsa settimana dalla città di La Mecca, che a Giugno aveva archiviato una max di ben +51.4°. Uno dei valori più alti di sempre per la città Santa dell’Islam. I picchi di caldo del Medio Oriente e del Pakistan sono stati largamente stracciati.

Ma la forte ondata di calore sugli USA si può collegare con l’intensa ondata di calore in atto sul Mediterraneo centrale?
Seguendo l’andamento della “corrente a getto” possiamo dire che sicuramente vi è una influenza indiretta sul pattern climatico in azione sul continente europeo. Come abbiamo avuto modo di spiegare in un precedente articolo ormai è assodato come il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento del flusso zonale che domina lungo le medie latitudini. L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “Jet Stream”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma la “Jet Stream”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su se stessa creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera. Nel periodo primaverile ed estivo, quando inizia l’arretramento dei ghiacci marini della banchisa del Polo Nord e il vortice polare (caratterizzato da geopotenziali bassi alla quota di 500 hpa) comincia gradualmente ad indebolirsi e a restringersi su una determinata area del mar Glaciale Artico, le “onde di Rossby” tendono a rallentare la loro velocità di propagazione da ovest ad est, originando dei Pattern climatici abbastanza durevoli che potrebbero portare ad una maggiore probabilità di eventi meteorologici estremi che derivano da condizioni prolungate, come siccità, inondazioni, ondate di freddo o avvezioni d’aria calda con onde mobili di calore insistenti per intere settimane.
Ciò è stato favorito anche dal fatto che la “corrente a getto”, uscendo dagli USA e finendo sull’Atlantico centro-orientale, sopra una estesa fascia di acque superficiali più fredde rispetto alle medie stagionali (SST-), nel tratto ad ovest del Regno Unito, ha costruito delle ampie ondulazioni in senso antiorario che hanno determinato varie saccature e aree depressionarie a ridosso delle Isole Britanniche. Sono proprio questi continui affondi ciclonici sull’Atlantico orientale, davanti il Portogallo, e le circolazioni depressionarie o le gocce fredde che stazionano per più giorni davanti il Regno Unito, con prevalenti correnti sud-occidentali nei bordi meridionali di queste aree cicloniche, ad attivare e aspirare le intense avvezioni calde, favorendo le frequenti erezioni verso nord-est dell’opprimente anticiclone libico-algerino sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo. Se a questo aggiungiamo, sul fronte africano, un posizionamento più a nord del previsto, ben oltre la media climatica, dell’ITCZ che agevola un posizionamento ancora più avanzato del torrido anticiclone sahariano verso il “mare Nostrum“, il quadro che descrive il pattern climatico in corso si può dirsi completo.
