Lavorare quando fa caldo

Quante volte, in estate, con temperature vicine ai 40°C, siamo dovuti uscire da casa ed andare al lavoro? Sicuramente, in tali occasioni, ci siamo chiesti “come sarebbe comodo se potessimo svolgere il nostro lavoro, stando comodamente a casa nostra”? Una possibile soluzione a questo problema è stata proposta una quarantina di anni fa, negli Stati Uniti, quando si è visto che, nelle giornate molto calde, il rendimento delle persone diminuiva notevolmente ed occorreva spendere parecchio denaro per abbassare la temperatura, all’interno degli uffici, con potenti e costosi impianti di condizionamento dell’aria.

La proposta era drastica: “nelle giornate in cui la temperatura superava una certa soglia, economicamente era conveniente chiudere gli uffici e lasciare gli impiegati a casa, pur pagandoli come se fossero stati tranquillamente al loro posto di lavoro”.

Con l’avanzare della tecnologia, si è visto che si potevano trovare soluzioni meno drastiche, che sarebbero risultate convenienti in molti casi, oltre quello del disagio ambientale.

Il concetto di telelavoro è nato negli anni 70 come una delle possibili risposte alla crisi petrolifera: si immaginò che l’impiego delle tecnologie informatiche e telematiche, allora agli albori, avrebbe potuto contribuire a decentrare le attività lavorative presso le residenze degli impiegati.

Nel pensiero comune l’idea di una persona che svolge il suo lavoro comodamente da casa, davanti al proprio computer, in abiti comodi e informali, senza bisogno di recarsi in ufficio ogni giorno è facile che trovi tutti d’accordo. Tuttavia la realizzazione di un tale “modus operandi”, non è così facile come potrebbe sembrare a prima vista.

Jack M. Nilles, considerato il padre del telelavoro, definì col termine “teleworking” ogni forma di sostituzione degli spostamenti di lavoro con tecnologie dell’informazione, come le telecomunicazioni e i computer.

Tuttavia, sebbene il telelavoro sia nato in America, dal punto di vista pratico è stato applicato per la prima volta in Svezia, da dove si è diffuso lentamente nel resto del mondo. Le prime professioni a sperimentare forme di lavoro a distanza sono state quelle in cui la quasi totalità del tempo viene trascorsa al telefono: agenti di vendita e immobiliari, addetti a telemarketing, televendite, ricerche di mercato e di personale, pianificazione e organizzazione di eventi.

Con lo sviluppo della telematica hanno potuto usufruire dei benefici del telelavoro anche altre attività che necessitano di un frequente accesso ai dati aziendali e dello scambio continuo di documenti: uffici acquisti, uffici reclami, servizi prenotazioni, editori, giornalisti e alcuni professionisti.

In Italia le esperienze di telelavoro nella pubblica amministrazione sono molto limitate e soprattutto non hanno ancora coinvolto il settore della sanità e della ricerca. La reale esigenza di cambiamento nel settore degli Enti Pubblici, unitamente alla legge Bassanini, hanno spinto verso la sperimentazione di nuove modalità di lavoro e l’utilizzo più razionale di tecnologie e competenze. In tale ambito, l’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova ha avviato, dall’Aprile del 1998, un progetto di telelavoro in due settori della sua attività, Epidemiologia Ambientale e Centro Elaborazione Dati e sta vivendo la prima fase di attuazione dello studio di fattibilità.

Nel giugno del 2003, l’autore del presente articolo, nel corso di una conferenza organizzata dall’associazione Federasma, ha parlato del telelavoro come una possibile soluzione per quelle persone, affette da asma allergico, che  devono recarsi tutti i giorni in ufficio, compiendo percorsi carichi di polline che acutizza la loro malattia.

Quell’evento è stato inserito nel suo ultimo libro “Chicco e il cane”, come argomento su cui accendere un forum, al quale tutti voi lettori siete invitati a partecipare esprimendo i vostri commenti, nell’ambito del nuovo filone letterario detto “verismo interattivo” dedicato proprio alla discussione dei principali argomenti di attualità.

Si riporta il brano, tratto dal libro “Chicco e il cane” di Alfio Giuffrida, nel quale viene rievocata quella conferenza:

«Il microambiente che si viene a generare all’interno delle grandi città è molto diverso da quello delle zone rurali. Negli agglomerati urbani la temperatura è più elevata, l’umidità relativa è più bassa e il vento è meno intenso. Inoltre spesso siamo costretti a spostarci tra ambienti climatici molto diversi e ciò crea un notevole stress fisico per il nostro organismo. Ciò accade sia, prendendo in considerazione un esempio più che evidente, ad una persona che viaggia in aereo da Mosca a Miami, ma anche, pur se in misura minore, a chi più semplicemente e frequentemente, abita in una zona rurale e si deve recare quotidianamente in ufficio, che in genere è situato al centro della città.

Questo continuo disagio potrebbe tuttavia essere superato mediante il “telelavoro”. Questo “modus operandi” è una tecnica già in uso in molti altri stati, ma anche in Italia, in alcuni ambienti lavorativi, quali ad esempio quello dei giornalisti, i quali spesso scrivono su un quotidiano che viene stampato in un’altra città, pur restando comodamente a casa e inviando i loro articoli tramite e-mail. 

Questa idea inizialmente è stata studiata negli Stati Uniti,» continuò Alex, «per risolvere il drastico calo di rendimento lavorativo che statisticamente si verificava nelle giornate particolarmente afose. Si era inoltre notato che, pur spendendo una grossa fetta del budget di ciascuna impresa per dotare gli uffici di potenti condizionatori e tenerli accesi, il calo di rendimento era inevitabile. Per cui era preferibile dotare gli uffici di impianti di condizionamento d’aria meno potenti e lasciare a casa i dipendenti nei pochi giorni in cui la temperatura era superiore ad una certa soglia.

In Italia, una cosa veramente ben fatta sarebbe quella di poter applicare il telelavoro nel settore della pubblica amministrazione. Sarebbe di grande aiuto alle persone che trovano difficoltà a raggiungere il posto di lavoro per vari motivi, non ultimi a coloro che soffrono di allergie, soprattutto in primavera o nelle giornate ventose, quando per raggiungere la sede della loro attività le persone debbono affrontare percorsi all’aperto, dove i pollini vengono rilasciati incessantemente, provocando in questi soggetti enormi disturbi che li rendono incapaci di lavorare serenamente. 

Il telelavoro tornerebbe molto utile non solo nei giorni di caldo afoso, di freddo intenso e  per  coloro che soffrono di allergie, ma sarebbe un modo per favorire anche il lavoro delle donne, che spesso sono costrette a stare a casa non solo quando sono ammalate loro stesse, ma anche quando devono accudire i loro bambini o familiari, costretti a letto da qualche malattia, impossibilitando anche le mamme a recarsi al loro lavoro.

Sarebbe ugualmente utile per alcuni portatori di handicap fisici, che potrebbero svolgere normalmente utilissimi lavori restando a casa, mentre il fatto di dover andare in un ufficio li obbligherebbe a dei percorsi lunghi ed impegnativi, impedendo loro di avere un impiego, mentre con il telelavoro tutto ciò sarebbe possibile, con soddisfazione economica e morale per loro ed con un indiscusso beneficio alla comunità

Altre notizie di carattere scientifico si possono trovare sul blog    http://alfiogiuffrida.blogspot.com/