La missione del rover ‘Curiosity’ su Marte potrebbe aprire nuove frontiere, non solo alla tecnologia. “Si tratterebbe di una rivoluzione non solo scientifica, ma che, al pari di quella ‘copernicana’, coinvolgerebbe appieno la filosofia e la teologia“. E’ quanto scrive Piero Benvenuti, del Dipartimento di Astronomia dell’Universita’ di Padova, in un articolo a sua firma sull’Osservatore Romano. Benvenuti sostiene infatti che “di fronte al clamore mediatico generato da Curiosity”, si “dovrebbe riflettere subito sulle conseguenze di una sempre piu’ plausibile panspermia cosmica. Non si tratta di affermare semplicemente, come gia’ piu’ volte e’ stato fatto, che eventuali esseri coscienti extraterrestri sarebbero comunque nostri fratelli (ci mancherebbe!), ma di analizzare coraggiosamente, sulla base delle conoscenze scientifiche acquisite nell’ultimo mezzo secolo sulla evoluzione globale del cosmo, se la panspermia non sia addirittura una ‘necessita” teologica”.
Nel lungo articolo, lo scienziato si chiede: “Un universo privo di vita e’ ammissibile dal punto di vista teologico? Se noi crediamo, mantenendo fede al messaggio evangelico, che la creazione sia un atto libero di amore, che attende con impazienza di essere riconosciuto come tale dal creato, allora la coscienza ‘deve emergere nel cosmo. Non importa che questo avvenga sulla Terra o su un altro pianeta o satellite, ne’, come afferma con misurata ironia britannica il teologo John Polkinghorne, che essa si manifesti in un essere con due mani di cinque dita ciascuna. Cio’ che conta per l’economia del creato e’ che la coscienza cosmica emerga comunque e abbia la possibilita’ di intuire razionalmente il suo essere ‘creatura’; che possa quindi accettare (o negare) liberamente la rivelazione dell’intima natura trinitaria della creazione, quale processo attuativo di un amore libero e disinteressato”.
“Una tale riflessione teologica -prosegue Benvenuti – potrebbe a prima vista apparire futile in quanto la probabilita’ che si possa verificare sperimentalmente la presenza nel cosmo di esseri non solo viventi, ma anche coscienti, e’ pressoche’ nulla (sarebbe facile, ma qui fuori luogo, dimostrare le basi scientifiche di questa affermazione, solo apparentemente apodittica). Ciononostante l’esercizio e’ utile per ripensare, nell’ambito del modello cosmologico attuale, il significato profondo dei concetti di creazione, di Rivelazione e dell’azione di Dio nel cosmo”, aggiunge. “La vastita’ e complessita’ di cio’ che negli ultimi decenni, con progressione esponenziale, abbiamo appreso del cosmo (del Creato!) – si legge ancora sull’Osservatore – sono tali che la teologia non puo’ piu’ rimanere distratta o agnostica: la cosmologia la chiama ad una sfida che portera’ forse a vicoli ciechi, fermate e ripartenze, ma che e’ divenuta ormai irrinunciabile. Non sarebbe ‘evangelico’ non investire coraggiosamente tutti i talenti che ci sono stati affidati, per seppellirli invece nella sabbia in attesa timorosa di un padrone geloso”. “Una scelta difficile e, personalmente, rischiosa quella di ripensare il concetto di peccato originale, di incarnazione e di rivelazione salvifica in ambito cosmico -conclude- ma che contribuirebbe a ridare alla scienza un ruolo funzionale e non episodico all’interno della teologia e potrebbe, per esempio, aiutare a mettere a nudo la rozza ingenuita’ a-scientifica dell’Id (Intelligent Design) trasformandolo in un entusiasmante Ld (Love Design) i cui tratti, quasi tracciati con inchiostro simpatico, emergono via via con abbondanza e senza fine dalla trama nascosta del cosmo”.
