
Tale rallentamento conduce necessariamente ad un effetto di compensazione energetica, la quale si traduce in un notevole aumento dell’ampiezza, ossia una maggiore accelerazione del terreno che da luogo al cosiddetto fenomeno dell’amplificazione sismica. Ciò comporta un maggiore scuotimento del terreno che può produrre dei danni davvero significativi agli edifici sovrastanti, anche in presenza di un terremoto non particolarmente forte. Riguardo il sisma della notte scorsa possiamo dire che si è localizzato su una zona ad alto potenziale, ai margini dei principali sistemi sismogenetici del versante settentrionale dell’Aspromonte, responsabili della grande crisi sismica calabrese del 1783. Quindi non vi è, apparentemente, un legame diretto con le faglie, di tipo normale, che solcano le profondità dello Stretto di Messina. Fenomeni sismici di moderata intensità, come il 4.6 Richter di Scilla, rientrano nella normale attività sismica di queste zone, che frequentemente vengono interessate da sequenze che possono durare anche intere settimane. Non è un caso se la zona dello Stretto di Messina sia una delle aree a più alto rischio sismico del Mediterraneo, non tanto per i terremoti di elevata magnitudo (oltre i 6.0 -7.0 Richter, come nel 1908 o nel 1783), il cui tempo di ritorno medio, per nostra fortuna, è stimato per centinaia di anni, quanto per i sismi di debole o moderata intensità (magnitudo compresa fra i 3.5 – 4.5 Richter) che avvengono periodicamente in loco visto l’insistenza di numerose faglie attive, in prevalenza quelle di tipo distensivo. Per il momento non si riscontra alcun tipo di anomalia. L’unico elemento che possiamo segnalare sta nel fatto che la scossa si è presentata in forma isolata, senza essere preceduta da altri terremoti di piccola intensità che di solito segnano l’inizio di una sequenza sismica. Scosse di questo tipo, di una certa intensità ma isolate, si presentano spesso poco più ad ovest, sul settore orientale del basso Tirreno, davanti le coste della Calabria e nelle Eolie, collocandosi esattamente lungo l’area di “Subduzione” della placca ionica che scorre al di sotto di quella tirrenica. Questi terremoti di solito possono superare anche i 4.0 – 4.5 Richter (ma alcuni raggiungono i 5.0 – 5.5 Richter), con profondità comprese fra i 20-40 km davanti la costa calabra, fino ad arrivare a 400-500 km di profondità sul Tirreno centrale. Date le caratteristiche sopra citate il sisma di Scilla sembra rispondere a tali elementi. Come detto nell’area sono più rari i sismi di alta magnitudo, oltre la soglia del danno. In genere quando si verificano possono avere degli ipocentri piuttosto profondi. A tal proposito merita menzione il forte sisma di 5.7 Richter che il 26 Ottobre 2006 si localizzo a soli 20 km a sud-est di Stromboli, davanti la costa di Tropea. Quello fu l’ultimo terremoto di forte intensità che interessò l’Italia meridionale. Per fortuna l’elevata profondità, di ben 210 km, ha attenuato gli effetti del terremoto in superficie, nonostante la forte magnitudo di 5.7 Richter originò un risentimento molto esteso in tutto il sud Italia.
