
Per evitare all’Italia ”di cadere a pezzi piu’ di quanto stia gia’ cadendo” c’e’ solo una soluzione: un ”programma serio per la messa in sicurezza”, un intervento con investimenti ”non eclatanti ma certi e sicuri” per almeno dieci anni, che ”metta mano agli errori del passato avendo il coraggio di stoppare gli errori del presente e del futuro”. Partendo da una certezza: ogni anno il nostro paese spende per ristorare i danni provocati da alluvioni, terremoti e catastrofi varie 2,6 miliardi: dunque piu’ dei 40 miliardi in 15 anni che ci vorrebbero per una seria opera di prevenzione. All’ennesima conta dei morti per il maltempo, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli torna a ribadire quel che va dicendo da quando e’ alla guida del Dipartimento e che prima di lui hanno detto Zamberletti, Barberi, Bertolaso: in Italia ci sono tragedie ogni volta che piove perche’ molti – istituzioni e cittadini – hanno abusato del territorio e nessuno ha investito per metterlo in sicurezza; perche’ si preferisce pagare i danni piuttosto che investire per prevenirli; perche’ molti – istituzioni e cittadini – fanno ben poco per la manutenzione del territorio, spesso lasciato nell’incuria piu’ totale. ”E’ indubbio – dice il numero uno della Protezione Civile parlando di quanto accaduto in Toscana, Umbria e Lazio – che ci sono stati eventi importanti ed eccezionali, tanto che in alcune zone sono caduti 400 millimetri di pioggia in 48 ore”. Ma qui finisce l’imprevedibile. Perche’ le piogge ”impattano su un territorio dove le fragilita’ sono note e arcinote e, soprattutto, si e’ costruito dove non si doveva costruire”. Ma il vero problema e’ un altro e ha a che fare con la volonta’ di istituzioni e cittadini. ”La mancanza di risorse e’ spesso un alibi per non fare le cose – sottolinea Gabrielli -. Perche’ e’ vero che le risorse sono poche ma e’ anche vero che basterebbe spendere in prevenzione quello che ogni anno viene speso per riparare i danni”. Quale e’ dunque la strada da seguire? ”La vera scommessa e’ immaginare un percorso piu’ strutturato per la messa in sicurezza, prevedendo investimenti non eclatanti ma certi e sicuri che consentano di realizzare le opere necessarie. Un percorso che metta mano agli errori del passato sapendo che se si continua con politiche di occupazione indiscriminate, non solo non si mette in sicurezza quello che e’ il frutto del passato ma si continua a perpetuare un comportamento” che fa solo danni. Gli interventi verrebbero poi decisi in base ad una scala di priorita’ ”che e’ possibile accertare facilmente” solo guardando la mappa del rischio sismico, idrogeologico e idraulico del territorio italiano. Di questo piano d’investimenti, prosegue Gabrielli, e’ parte integrante l’assicurazione obbligatoria per tutti i cittadini contro i danni prodotti dalle catastrofi naturali. Un obbligo che sarebbe ”supportato dallo Stato con forme di defiscalizzazione”. ”E’ ora di rendersi conto che lo Stato non e’ piu’ in grado di fornire in maniera equa risposte adeguate”. E dunque ”basta con i danni, con buona pace di chi li subisce”: anche perche’ il ristoro avviene non sempre in maniera equa. ”Gia’ oggi – ricorda Gabrielli – ci sono stati alluvioni di serie A, B e C,terremoti di serie A, B e C. Qualcuno allora mi deve spiegare la differenza che passa tra il cittadino che e’ stato colpito dal terremoto a L’Aquila o in Emilia, ha perso la casa e si vede riconosciuto quasi il 100% del ristoro, e il cittadino di Mormanno o di Marsciano, al quale cio’ non viene riconosciuto? Quale e’ la differenza? Quelli di Mormanno e Marsciano non pagano le tasse?. Eppure sono cose che si stanno verificando”. L’ultimo aspetto e’ quel che il numero uno della protezione civile chiama ”l’atteggiamento mentale” degli italiani, che sono prontissimi a sostenere la necessita’ di interventi purche’ ”le cose importanti si facciano a casa degli altri”. ”La vicenda dei rifiuti e’ paradigmatica – spiega -: non si fa la differenziata, non si vogliono discariche vicino casa, non si fanno gli inceneritori e, siccome siamo un paese ricco, paghiamo per portare i rifiuti all’estero, dove li bruciano, producono energia e guadagnano”. ”Siamo quelli – conclude – del ‘Not in my back yard’, ‘Non nel mio cortile”’.