
“Doha ha poche speranze” ed e’ solo l’ultima “di oltre 18 Conferenze internazionali” che, negli ultimi 20 anni, hanno prodotto “risultati deludenti” mentre solo attraverso una discussione sul “libero scambio” si arriverebbe a “risultati che potrebbero cambiare il mondo”. Non usa mezzi termini Bjorn Lomborg, ambientalista e accademico danese noto per le posizioni ‘scettiche’ sul problema del riscaldamento globale, che all’Adnkronos traccia il suo ‘Doha pensiero’, mentre in Qatar il summit dell’Onu, dove dal 26 novembre scorso si tiene la XVIII sui Mutamenti Climatici, nessun accordo sembra emergere fra i circa 17.000 delegati in rappresentanza di quasi 200 Paesi e organismi internazionali. In questi giorni “l’attenzione del mondo e’ rivolta suDoha, dove i negoziatori dell’ambiente delle Nazioni Unite ancora una volta cercano di accordarsi sulle riduzioni di carbonio. E che fine ha fatto -chiede Lomborg- l’altra trattativa iniziata a Doha 11 anni fa sul libero scambio?”. “Quella tavola rotonda a Doha potrebbe aiutare i poveri nel mondo mille volte di piu’ e ad un costo molto meno elevato” afferma il guru danese, docente alla Copenhagen Business School, fondatore e direttore del Copenhagen Consensus Center, che classifica le piu’ intelligenti soluzioni ai grandi problemi del mondo in base ai costi e ai benefici, e autore dei best-seller “L’ambientalista scettico” e di “Stiamo Freschi”. “La conferenza sul clima a Doha e’ solo l’ultima -ricorda Lomborg- di oltre 18 conferenze e innumerevoli riunioni che fanno confluire negoziatori internazionali, fra i quali centinaia di presidenti e primi ministri, in meeting che si sono svolti in tutto il pianeta negli ultimi 20 anni dal Summit sulla Terra di Rio nel 1992”. Conferenze sulle quali Lomborg lancia un giudizio senza appello: “I risultati sono stati deludenti”.
Dopo qui summit, ricorda Lomborg, “le emissioni mondiali sono continuate ad aumentare ad un ritmo crescente, arrivando le emissioni del 2011 ad essere di circa 50 per cento piu’ alte rispetto al 1990”. Ma non solo. “Il protocollo di Kyoto del 1998 -ricorda- e’ quasi completamente fallito. E l’incontro ‘per-salvare-il-mondo’ svolto a Copenaghen nel 2009 e’ fallito in modo spettacolare. Doha ha poche speranze” dice ancora l’accademico danese che con il suo libro “Smart Solutions to Climate Change” ha incassato, dopo anni di dure critiche alle sue posizioni, un inatteso supporto proprio dal Premio Nobel per la pace Rajendra Pachauri, presidente dell’Ipcc. “Gli ultimi vent’anni di negoziazioni sul clima e l’incessante attenzione dei media -sottolinea ancora Lomborg- hanno solo contribuito a ridurre l’aumento delle emissioni di circa mezzo punto in percentuale. Supponendo anche ottimisticamente che questa riduzione continui per tutto il secolo, potrebbe ridurre l’aumento di temperatura previsto per la fine del secolo di circa un centesimo di grado Fahrenheit”. “La previsione del livello dei mari salira’ di circa un ventesimo di centimetri di meno. Anche fra cento anni, -avverte- questi cambiamenti non potranno essere misurabili”. I costi di realizzazione di questi sorprendenti risultati sono probabilmente arrivati a circa 20-30 miliardi di dollari all’anno, rallentando la crescita economica -dice l’ecologista- attraverso l’uso forzato di energia piu’ costosa. I vantaggi per l’umanita’, ossia meno inondazioni o ondate di calore, arrivano a circa 1 miliardo di dollari all’anno. Cosi’, in termini di rapporto dollaro, ogni dollaro speso per la politica ambientale -calcola- ha portato finora pochi centesimi”.
Per Lomborg, dunque, “questo non e’ un buon affare”. “Ci sono modi intelligenti per impedire il riscaldamento globale, e fra questi abbassare il prezzo dell’energia verde, ma questi -taglia corto- non sono i punti discussi a Doha”. “Tutti parlano di Doha, dal presidente del Panel internazionale sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, Rajendra Pachauri, all’amministratore per lo sviluppo dell’Onu Helen Clark, sottolineando come -prosegue Lomborg- il riscaldamento globale danneggera’ soprattutto i poveri nel mondo e soprattutto nel lungo termine, anche perche’ un basso reddito significa anche meno capacita’ di adattamento e di controllo del proprio ambiente”. La visione di Lomborg e’ dunque molto netta: “Le politiche climatiche finora hanno rappresentato modi molto costosi per fare molto poco per un futuro molto lontano. Contrastiamo tutto cio’ con la politica del libero scambio di Doha, che a costi inferiori potrebbe aiutare molto di piu’ e molto prima”. Lomborg, quindi, rileva che “tramite la specializzazione e lo scambio, il commercio libero offre centinaia di miliardi di dollari di benefici. Soprattutto, fa si che intere economie crescano piu’ rapidamente. Alcuni buoni esempi come la Corea dal 1965, il Cile dal 1974 e l’India dal 1991, hanno visto la loro crescita aumentare nettamente dopo la liberalizzazione”.
“Le economie aperte -sottolinea ancora il guru danese- incoraggiano l’efficienza del mercato nazionale, l’integrazione della catena di fornitura e il trasferimento di conoscenza, che stimola l’innovazione”. “I vantaggi, anche di un modesto successo di negoziazioni a Doha, potrebbero essere ampi, producendo -calcola Lomborg- un Pil mondiale annuo nel 2020 di circa 5.000 miliardi di dollari in piu’, con 3.000 miliardi di dollari che andrebbero per i Paesi in via di sviluppo, secondo l’opinione di uno degli esperti di modelli economici della Banca Mondiale, il professor Kym Anderson”. “Verso la fine del secolo, -prosegue ancora il filosofo ambientalista- i benefici supererebbero 100.000 miliardi di dollari l’anno con la maggior parte che andrebbe destinata ai Paesi in via di sviluppo. I costi totali, soprattutto per aiutare i contadini nel mondo sviluppato a ridurre i sussidi, sarebbero piu’ di diecimila volte inferiori, fino a circa 50 miliardi di dollari l’anno per uno o due decenni”. “Questo e’ importante e -afferma secco- non solo per il denaro”. Perche’ per Lomborg tutto cio’ “permetterebbe anche a piu’ persone di uscire dalla poverta’ e garantirebbe piu’ cibo e acqua pulita. Aumenterebbe il sistema di istruzione e l’assistenza sanitaria. Renderebbe le societa’ piu’ resistenti verso inondazioni e uragani”. “E certamente con redditi piu’ alti, piu’ persone potrebbero permettersi di iniziare a salvaguardare l’ambiente. In breve, -dice- si potrebbe avere un mondo migliore”. “Ad essere ottimisti -avverte Lomborg- le politiche della conferenza di Doha costerebbero probabilmente mezzo trilione di dollari all’anno, con benefici di soli tre centesimi a dollaro. Il libero mercato di Doha darebbe risultati mille volte migliori, in molto meno tempo, e a costi molto inferiori”. E dunque? E dunque, conclude il responsabile del Copenhagen Consensus Centre, “e’ ironico che la maggior parte dei commentatori, volendo aiutare i poveri del mondo, pongano l’attenzione sulle problematiche climatiche ambientali discusse a Doha trascurando l’importanza del libero scambio, sempre discusso a Doha, che darebbe risultati che potrebbero cambiare il mondo”.
