Le nuove faglie attive scoperte a nord dello Stretto di Messina e il “Siculo-Calabrian Rift zone” confermano il complesso assetto tettonico dell’intera area

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Proprio nei giorni scorsi, Meteoweb ha messo in evidenza un nuovo interessantissimo studio sulla sismicità e la tettonica delle aree limitrofe allo Stretto di Messina. I risultati di questa recente spedizione geofisica, sponsorizzata da Dta/Cnr, forniscono un nuovo quadro dell’assetto geologico-strutturale della regione. La ricerca è pubblicata su Scientific Reports (Nature Publishing Group). Un passo in avanti verso la comprensione delle strutture attive che interessano l’area dello Stretto di Messina è stato fatto grazie ad uno studio geologico-geofisico condotto con la nave oceanografica Urania (campagna TIR10, Ottobre 2010), da un gruppo di ricerca dell’ Università La Sapienza di Roma, degli Istituti di Scienze Marine (Ismar), di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) e per l’Ambiente Marino Costiero (Iamc) del Cnr, e dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Durante la campagna di ricerca, sponsorizzata dal Dipartimento di Scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente (Dta/Cnr) per un rilancio del Progetto Crop (Crosta Profonda), sono stati acquisiti nell’area dello Stretto e del margine tirrenico orientale nuovi profili di sismica a riflessione multicanale e dati batimetrici multifascio. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports (www.nature.com/srep), ha messo in evidenza che la regione dello Stretto di Messina è interessata da un complesso sistema di faglie dove coesistono su brevi distanze, regimi tettonici completamente diversi: estensionali, trascorrenti e compressivi.

Rappresentazione del “Siculo-Calabrian Rift zone”

Infatti, diverse faglie attive sono state individuate anche nel settore settentrionale dello Stretto che si affaccia sul Mar Tirreno, dove inoltre è presente una vasta struttura ad “anticlinale”, ossia una grande piega con la convessità rivolta verso l’alto. Queste pieghe sono frutto degli sforzi compressivi a cui sono state sottoposte le rocce nel corso del tempo, che vengono deformate plasticamente. Si possono riconoscere su una carta geologica per la presenza delle rocce più antiche al nucleo della sequenza stratigrafica, dovuto alla successiva erosione. Questa struttura ad “anticlinale”, secondo questi studi, sarebbe anch’essa attiva sul basso Tirreno orientale, interessando l’intera crosta superiore. Questo complesso quadro strutturale sembra essere controllato dalla presenza di una zona di trasferimento diffusa tra la zona di subduzione di litosfera ionica al di sotto dell’arco calabro, che arretra velocemente verso SE, e la zona di “subduzione” al di sotto della Sicilia, che arretrando più lentamente in direzione Nord-Sud, si muove in moto relativo verso O-NO. La nuova ricerca evidenzia, ancora una volta, come lo Stretto si trovi in una zona molto instabile dal punto di vista tettonico, ove scorre un fitto reticolo di faglie normali, lungo complessivamente 370 km, che in vari studi del passato (Monaco, Tortorici, Gasparini, Anderson, Jackson,..) è stato denominato con il termine di “Siculo-Calabrian Rift zone”. Questo complesso sistema di faglie si estende in modo continuo dalle coste tirreniche calabresi, prolungandosi attraverso lo Stretto di Messina, lungo la costa ionica della Sicilia fino a raggiungere gli Iblei orientali (Sicilia sud-orientale) e l‘area attorno l‘isola di Malta.

La faglia di Reggio e quella di Scilla che bordano il versante occidentale dell'Aspromonte. Questo è stato il tetto dei terremoti di alta magnitudo che hanno colpito lo Stretto fra il 1783 e il 1908

L’orientamento del “Rift” è ben documentata dai meccanismi focali di numerosi e violenti terremoti crostali che nei secoli scorsi hanno colpito la Sicilia orientale, in particolare la zona iblea, la costa attorno Catania (1169-1693) e lo Stretto di Messina (394-1908), come la Calabria meridionale, specie la fascia aspromontana (su tutte la crisi sismica del 1783). Proprio sotto lo stretto di Messina passano diverse faglie di carattere distensivo, collegate direttamente al cosiddetto “Siculo-Calabrian Rift zone”. Tali strutture tettoniche sono caratterizzate da particolari movimenti orizzontali dovuti ai continui spostamenti delle placche continentali. Purtroppo molte di queste faglie sono tuttora sconosciute dai geologi poichè si trovano a circa 6-8 km di profondità, per questo non possono essere oggetto di studio o costante monitoraggio, a differenza di quanto avviene in California con la famosa faglia di San Andreas che scorre in superficie. Data l’impossibilità di studiarla e la quasi totale assenza di segni di rottura lasciati in superficie durante i terremoti di alta magnitudo, come il terribile terremoto del 1908 che vanta tempi medi di ritorno ultra secolari (secondo la teoria del terremoto caratteristico che vede il forte sisma del 394 D.C. come precursore del 1908 nello Stretto), le faglie che continua a modellare e deformare la morfologia dello Stretto di Messina vengono anche definite faglie di tipo “cieca”, dato che agiscono in profondità senza riuscire ad emergere in superficie. Un vero e proprio rompicapo per i geologi e i sismologi che da decenni continuano a studiare l’evoluzione geologica dello Stretto di Messina. Bisogna però sottolineare come la zona dello Stretto di Messina è una delle aree a più alto rischio sismico del Mediterraneo, ma non tanto per i terremoti di elevata magnitudo (oltre i 6.0-7.0 Richter, come nel 1908), il cui tempo di ritorno medio, per nostra fortuna, è stimato per centinaia di anni, quanto per i sismi di debole o moderata intensità (magnitudo compresa fra i 3.5-4.0 Richter) che avvengono periodicamente in loco visto l’insistenza di numerose faglie attive, in prevalenza quelle di tipo distensivo.